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Se penso che la prossima settimana si disputano gli ottavi di Champion's League e vedo come stanno messe (attualmente) Milan, Inter e Napoli mi vengono i brividi........

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Ora che pare tutto perduto... (Nonno Peppe e le favole di LupoDentrooo) PDF Stampa E-mail
Venerdì 17 Ottobre 2008 11:59
  Scritto da LupoDentrooo   

Non aveva avuto bisogno di suonare il campanello, era giunto sotto casa mentre sua figlia era affacciata al balcone, le aveva fatto segno di aprire la porta e di non avvisare i bambini. Più che una sorpresa, aveva voglia di scrutarli di nascosto, per rubarne i gesti, le parole, per assaporare i momenti della loro quotidianità, come guardandoli in un film senza pellicola. Giunse alla porta socchiusa della stanzetta di Peppiniello, intento a fare i compiti di scuola: un problema di matematica per nemico. Proprio non gli riusciva a risolverlo, una manina tra i capelli biondi e l’altra a torturare la penna. Leggeva e rileggeva il testo.

Problema:
Ad una manifestazione partecipano 2000 tifosi. Sono lì per rappresentare l’amore per qualcosa di caro e per protestare contro chi quell’amore, da qualche tempo, violenta: l’Amministratore Unico. Considerando che essi rappresentano neanche lo 0,5% della popolazione dell’intera provincia, se il restante 99,5% della stessa, da intendersi come la parte che apprezza e sostiene chi è oggetto della contestazione, darà vita ad una manifestazione a favore dell’Amministratore Unico, si calcoli quanto costerà a quest’ultimo, in termini di mancato incasso, se, ad ognuno dei partecipanti alla manifestazione in suo favore, egli offrirà un biglietto omaggio, settore Curva Sud, euro dodici cadauno. Si tenga presente che i residenti dell’intera provincia sono 440.000, le femmine sono 230.000 ed il 99% di queste ultime non segue il calcio; inoltre, i bambini al di sotto dei dieci anni sono parecchi, i vecchi al di sopra dei settanta anni sono assai, gli ospedali sono pieni, molti sono al lavoro, diversi, quel giorno, sono fuori provincia; poi, ci stanno quelli della fascia di età “giusta” ma che da tempo si disinteressano delle cose della squadra ed, infine, molti non partecipanti direttamente alla manifestazione dei 2000, dai balconi e lungo i marciapiedi, hanno rappresentato con lunghi applausi il proprio indiretto sostegno ai manifestanti e, pertanto, avversione all’A.U, ragione per cui non vanno conteggiati tra quanti parteciperanno all’adunata pro-A.U.”

-Zero euro- disse Nonno Peppe, regalando al bambino la soluzione e la gioia della sua presenza. Peppiniello si girò di scatto, saltò dalla sedia per ritrovarsi avvinghiato al suo collo. Tra baci e carezze, la sua vocina:
-Nonno, voglio diventare bravo come te in matematica, in un secondo, facendo tutte le operazioni a mente, hai risolto un problema difficilissimo.-.

-Peppiniè, per risolvere quel problema non occorre essere bravo in matematica, saper fare le percentuali a memoria ed applicare qualche formula; occorre solo conoscere i fatti, l’Amministratore Unico e non avere mandato al macero il cervello.-. Sorrise di un sorriso amaro e continuò:
-Dai, se hai finito, sistema i quaderni e usciamo. Andiamo a prendere un gelato. Dove sta ‘a piccirella?-. Anche a venti anni e tra quaranta, Nonno Peppe avrebbe continuato a chiamarla, semplicemente, “piccirè”, era il suo modo di tenerla sempre nel palmo della mano del suo amore.

-Nonno, non c’è: è uscita con papà.-.

-Ma non è che la fa diventare tifosa del Napoli, tuo padre?-.

-No, Nonno, no! Lui ci prova sempre, ma la risposta è la stessa tutte le volte: “Il nonno dice che chi nasce lupo non muore ciuccio, può solo diventare pecora. Io sono una lupacchiotta.-.

Aveva seminato bene: quei bambini, alberelli teneri, avevano radici forti, ancorate nel terreno di una passione.
Era, quello, un periodo duro per Nonno Peppe; stare in giro con Peppiniello gli avrebbe fatto bene. Lo sapeva e per questo, tra i due, il più felice era lui. Non chiese nulla a sua figlia, ratificò soltanto quanto deciso: -Peppiniello viene con me, usciamo e torniamo questa sera per cena. Forse.-.

-Come, forse? Non è che fai la pazzia di partire per la trasferta di domani e ti porti il bambino?-.

-No, domani l’Avellino gioca in casa.-.

-Nonno, allora stasera dormo a casa tua e domani verrò pure io allo stadio. Dai nonno…sì, facciamo così.-.

-No, Peppiniè, domani neanche il nonno andrà allo stadio.-.

-Perché?- chiese il bambino ed identica domanda fece la mamma, mentre nella sua testa prendeva posto il timore che quel vecchio stesse male, unica spiegazione possibile.

-Perché, un’estate intera, il Sindaco ha pensato solo a rispondere a Pugliese e farsi fotografare con i Carino ed, ora, il Prefetto ha deciso che Avellino debba diventare, per lo stadio, la Svizzera del calcio. Si giocherà a porte chiuse. Pure questo ci mancava.-.

L’amarezza era ricomparsa; la scacciò immediatamente, gli bastò sentire la mano del bambino nella sua e muovere i primi passi di quelli che avrebbero attraversato il tempo regalato a loro due soltanto. Tornarono tardi, avevano mangiato fuori. Aiutò Peppiniello a spogliarsi, sarebbe andato poi a salutare la sorella, immaginandola già addormentata. Si sbagliava: la bambina era sulle sue spalle e furono baci e furono carezze e fu la solita richiesta, che richiesta, poi, non era: -Nonno, ci racconti una favola di LupoDentrooo?-.

Fece finta di rispondere “è tardi”, mise Peppiniello sul letto, la nipotina sulle sue gambe e cominciò come iniziano tutte le favole: -C’era una volta…-, poi la pausa di un frammento di secondo e le voci dei due bambini a chiuderla:
-... tanto tempo fa, un grande tifoso di una piccola grande squadra: il suo nome era LupoDentrooo e la squadra era l’Avellino.-.

Nonno Peppe continuò:
-Da qualche tempo, né lui né altri conoscevano il destino di quella squadra. Tutto era cominciato al termine di un campionato finito con l’ennesima retrocessione, abbandonando, così, quella serie B che, ad Avellino, ormai definivano semplicemente “maledetta”. Le sofferenze sono come brutte streghe che si danno appuntamento per danzare intorno all’anima già graffiata e quella volta nessuna volle mancare. Retrocessione, minaccia di non iscrizione, personaggi da cabaret accolti come magnati, vecchi che interrompevano la partita a scopone per ridere e deridere, amministratori impazziti, esclusione dal campionato, ricorsi, riammissione in serie B, Macalli, denunce, attimi infiniti in attesa di un responso di morte o vita, la solita squadra fatta tardi e male, un allenatore non-allenatore, penalizzazioni ed a dirigere l’orchestra della sofferenza era sempre quell’Amministratore Unico…che riteneva di essere l’unico amministratore della passione di una tifoseria umiliata. Bisogna averla ascoltata tutta quella lunga sinfonia triste, nota per nota, per comprendere come e perché, un giorno, i tifosi scesero per le strade della città a rappresentare la collera, la rabbia, il dolore, l’orgoglio della propria storia mortificata e per protestare contro un Re che si credeva il Re Sole ed, in realtà, era un Re Solo. Anche l’anima, che in altri tempi pure aveva mostrato di avere, lo aveva abbandonato. La solitudine è una pistola poggiata sulla tempia della ragione e quel Re sembrava proprio che l’avesse perduta e, nello stesso tempo, non conoscesse ragioni. Le ragioni di chi non chiedeva pane né brioche, ma solo “normalità”, avendo coscienza che nella “normalità” la sofferenza sia compresa. D’altra parte, dinanzi ad essa quei tifosi non erano mai fuggiti. Ma il Re chiedeva che accettassero la sofferenza disumana, chiedeva che accettassero la fame impossibile a sopportarsi: non quella di chi ha la pancia vuota, ma quella di chi vede privarsi del cibo della dignità, mentre vede consegnarsi sulla tavola soltanto piatti pieni di umiliazioni; quel Re voleva decidere ciò che fosse giusto per sé, ciò che gli convenisse e voleva farlo senza il fastidio dei rumori che arrivano dalla strada. Dalle strade, attraversate anche da LupoDentrooo e dai lupi dentro, quel giorno.-.

-Nonno, ma LupoDentrooo non aveva combattuto i nemici del Re, dicendo sempre che bisognava difendere l’Avellino?-.

-Certo- rispose Nonno Peppe- Fin quando difendere il Re aveva significato difendere l’Avellino. Ora, le due cose non coincidevano-. E riprese a raccontare.

-Il Re impazzì, iniziò a schiumare rabbia ed a lanciare strali. La valle registrò ogni giorno le sue urla disumane-.

La piccirella imitò il Re:
-Auuuuuuuuuuuuuuuuuuuu….aaauuuuuuuuuuuuuuuu.-.

E Peppiniello la riprese:
-Scema, quello è l’ululato del lupo.-.

-E’ vero. Nonno, ma come urla un Re arrabbiato?-.

E il nonno imitò il Re incazzato:
-“Ricordati che devi morireeeeeeeeeeeeeeee”, poi si mette le mani nei fianchi, come Nanninella r’i quartieri e urla a LupoDentrooo: “T’aggia accidere….ha murìììììììììì”-.

-Mamma mia, che paura- disse la bambina, mentre si stringeva al nonno per cercare protezione.

Sentendo le urla e la piccola che diceva “Mamma mia, che paura”, la figlia di LupoDentrooo corse nella cameretta: -Che è successo?- chiese.

-Mamma, mamma…mamma, il Re ha detto che LupoDentrooo deve morire.- la risposta della piccola. La mamma portò la mano alla fronte, guardò Nonno Peppe e sentenziò:
- E sarebbe pure ora. Tiene quella età; visto che non cresce mai, meglio che muoia-. Lo disse con il sorriso di chi osserva tre bambini, con l’affetto per quella parte di suo padre, mai compresa in quelle che le apparivano esagerazioni, ma anche con la speranza che suo figlio assomigliasse a lui, crescendo senza smarrire mai il senso ed il valore di ciò che si ama profondamente. Andò via voltando le spalle e ricevendo un convinto “Tièèèèè…tièèè” di Peppiniello, salito con i piedi sul lettino.

Il Nonno riprese a raccontare.
-Furono giorni tristi, il cielo sembrava aver smarrito il sole, i monti dell’Irpinia erano di un verde triste, i volti dei tifosi erano calati nel pozzo della rabbia, col secchio della malinconia e con la corda di chi si sente tradito ed impotente. LupoDentrooo passava tutto il tempo che riusciva a strappare alle cose della vita cercando una ragione e provando ad immaginare il futuro.-.

-Nonno, ma la squadra, almeno, qualche gioia riusciva a darla a LupoDentrooo?-.

-Peppiniè, ricordati: ‘o cane mozzeca ‘o stracciato.-.

-Che vuol dire, nonno?-.

-Vuol dire che quando le cose vanno male, il cane della vita si accanisce anche di più. No, l’Avellino andava malissimo, aveva fatto pochi punti e, siccome il Re aveva non pagato in tempo, tre furono anche tolti, portando la classifica sotto zero. La foto del freddo che LupoDentrooo aveva dentro al cuore-.

-Nonno ma quando si ha freddo dentro al cuore, come ci si riscalda?- chiese la bambina.

Il vecchio, capendone il tenero dispiacere, le accarezzò il viso, poi fermò la mano tra i sui lunghi capelli e rispose:
- Al fuoco di una passione che non si spegne, mai, quando è vera. E quella di LupoDentrooo era sincera, era grande, era compagna che non lo abbandonava mai. Intanto, il Re Solo diventava sempre più cattivo e decise che fosse giunto il tempo di regolari i conti, a modo suo, chiamò il suo scrivano e cominciò a dettare le ultime memorie: “...e morte sia agli infedeli”. Avrebbe distrutto case e palazzi del regno di quella piccola grande squadra, avrebbe calpestato i fiori, avrebbe spezzato le ali ad ogni rondine, stracciato bandiere e sciarpe, avrebbe tolto la vita a tutto ed a tutti, egli che la vita aveva regalato, negli ultimi anni, diceva sempre. Anzi, la dolce vita, in relazione ai suoi predecessori. “Che il nome mio si possa perdere, se stavolta cambierò idea” faceva sapere ai sudditi.

E venne la notte che precede il giorno maledetto: quello in cui tutto sarebbe finito. LupoDentrooo la passò fumando sigarette e pensieri. Li bruciava in pochi istanti. E poi ricominciava. Avrebbe dovuto vivere quella notte come un condannato alla sedia elettrica, aggrappandosi ai ricordi di una vita da tifoso, consumata in fretta e spezzata, da altri, in un istante, e con la paura dell’arrivo del momento in cui si apre la porta e qualcuno gli dice: “È ora”. Avrebbe. Ma lui proprio non riusciva a rassegnarsi. Attese l’alba e, senza sapere cosa avrebbe fatto né ciò che avrebbe detto, si avviò alla reggia. Che luce strana aveva quel mattino che nasceva, quale cupo silenzio lungo le strade che attraversava. Quel paesaggio che sembrava coperto di cenere era interrotto, di tanto in tanto, e sempre più spesso mentre si avvicinava alla meta, da macchie nere, quelle dei corvi che al suo passare gracchiavano: “Avevamo ragggione noi…avevamo ragggione noi…avevamo raggione noi”.-.

-Nonno, sono brutti i corvi, però ebbero ragione, quella volta- disse il bambino.

-No, Peppiniè. Ci avevano messo tanto del loro in quella brutta storia ed ora stavano per raccogliere il frutto del loro lavoro. Ed erano contenti. I corvi hanno bisogno del nero della morte per vivere e lavorano affinché morte sia, fanno di tutto perché intorno ad essi tutto diventi nero, più del nero della propria anima, cosicché possano ingannare se stessi, e gli altri, illudendosi di essere colombe bianche. Intanto il Re, forse, per la fretta di gustare la vendetta e infliggere la giusta punizione o chissà per quale altro motivo, si era svegliato stranamente presto ed anche egli aveva gli occhi aperti, in quell’alba di un giorno maledetto. Aveva chiamato i suoi due servitori e lentamente si vestiva. Aveva appena poggiato la corona in testa quando sentì bussare alla sua porta:
“Sire, c’è uno che chiede di parlarvi, le guardie l’hanno subito bloccato e lo stanno portando alle celle. Ma lui continua a dire che ha per Voi un messaggio importante. Ne va della vostra vita, urla. Perdonate se, in questo giorno da voi tanto atteso, e quando il sole è ancora freddo, ho interrotto i vostri pensieri, ma ho pensato che fosse giusto avvisarVi”.

“Ma è uno del mio regno? Oppure arriva da qualche terra lontana? Come si chiama? E come veste? Era armato, quando lo hanno bloccato?”, chiese il Re.

“E’ un Vostro suddito, anche se vive ai confini del regno. No, non era armato, stringeva tra le mani solo una sciarpa, una vecchia sciarpa biancoverde e dice di chiamarsi LupoDentrooo”.

Quel nome non gli era estraneo, ma non ricordava altro. Ordinò di condurlo dinanzi a lui. Appena lo vide lo riconobbe subito: era un vecchio tifoso dell’Avellino, uno che passava il tempo a scrivere e raccontare storie. Pare che non avesse altro da fare, nella vita. Uno di quelli che avevano osato sfilare per le strade del regno. Un nemico, insomma, un rivoltoso. Cosa mai avrebbe voluto, ora?

“Cosa ti ha spinto fino a me? Se vuoi la grazia, ti dico subito che tu sarai il primo a dover morire. Cos’è, hai paura, ora? E’ tardi, chi sbaglia paga. Se è questo, risparmia il fiato, vecchio”,
disse il Re.

“No, non cerco di salvare me stesso. Ti sbagli”, rispose LupoDentrooo, mostrando l’impudenza di rivolgersi dando del tu al Re.

“Ed allora cosa vuoi?”.

“Parlarti”.

“Non ho tempo, ho da dettare l’ultimo mio messaggio e poi devo salire sulla torre più alta per godere della mia vendetta. Parla, ma fa’ presto”.

“Voglio restare solo con te”.

“Maestà, attento, può essere pericoloso". Meglio che le guardie restino qui-
disse il primo servitore, noto come “lo schiavo del Re”.

“Pericoloso questo vecchio? Se avesse forza ed io fossi un bimbo, potrebbe riuscire a strangolarmi con la sciarpa”, disse, accompagnando la frase con una risata regale.-“Lo avete perquisito?”.

“Sì, approfonditamente”.

“Bene, allora lasciateci soli, ma restate nel corridoio. Il tempo di soddisfare la mia curiosità e poi condurrete lui a morte e me a godere lo spettacolo della strage dei colpevoli”.


Si chiusero le porte, rimasero soli. LupoDentrooo prese la sciarpa, la mostrò al Re e disse:
“Guarda, è vecchia quasi quanto me. Se essa potesse parlare al posto mio sarebbe meglio per te e per me. Ti racconterebbe di epiche vittorie e di sconfitte amare e dure, ma sempre affrontate ed accettate con la fierezza dei suoi colori e la dignità di un popolo di lupi. Ti parlerebbe delle lacrime che ha asciugato, di gioia o di dolore. Una sciarpa, due colori che attraversano quasi cento anni di passione. Io non credo che tu abbia deciso ciò che dici di voler fare oggi per punire il popolo ingrato, per rabbia dettata dall’aver fatto tanto e tanto dato a chi non ha compreso, credo che i motivi siano altri. Ma ciò che penso io, ora, non è importante. Il perché, adesso, non conta. Sono venuto fini qui a mostrartela perché tu sappia che su di essa non hai il potere di vita e di morte: esisteva prima di te, esisterà dopo di te. Se fosse vero che la vendetta arma la tua mano, allora, oltre che sciocco, sarebbe anche inutile ciò che vuoi fare, perché, se anche tu oggi decidessi di realizzare ciò che minacci, in qualche strada di qualche piccolo paese sperduto del mondo, ci sarà sempre una mano a sventolarla al cielo. Tu, oggi, puoi solo distruggere te stesso ed il buono che pure hai fatto; tu sei Re solo di te stesso e puoi decidere dei tuoi giorni a venire, non di quelli di questa sciarpa, che, in ogni caso, sopravviverà a te. Se, poi, altro ti spinge ad affacciarti dalla torre più alta ed a muovere il pollice verso, sia convenienza o impossibilità, allora non sei neanche più Re di te stesso ma soltanto schiavo: di una mancanza di umiltà, quella che porta a chiedere aiuto quando se ne ha bisogno, oppure di una logica maledetta, quella che guarda alla tasca e non al cuore. Ora, fa’ quel che vuoi, senza tremare e se vuoi colpire al cuore, mira soltanto al tuo, perché quello dei tifosi non ti appartiene. Guarda dentro di te, così come, ora, io guardo a te: tra i due, sono io a credere che tu possa essere migliore di quanto tu sappia e mostri, in questi giorni.-.

Il Re aveva ascoltato quel vecchio senza neanche respirare, allungò la mano, prese quella sciarpa e sussurrò, prima di restituirgliela:
“Da qualche parte devo averne una anch’io. Non è vecchia come la tua, ma ha gli stessi colori. Guardie…guardie….conducetelo fuori e lasciatelo andare”.

Passarono le ore, nulla accadde di quanto minacciato. Quel giorno andò incontro ad una notte stellata e la notte incontro al giorno successivo. Ne vennero altri ed altri ancora, di giorni, a riempire la vita del tifoso LupoDentrooo.

Nessuno seppe mai, veramente, perché il Re avesse minacciato la distruzione e nessuno, a parte lui, avrebbe mai conosciuto i motivi per i quali quel giorno ritornò sui suoi passi. Ai tifosi veri questo interessa poco. Qualcuno dice di averlo visto, un giorno dei giorni che sarebbero stati, correre ancora sul prato del Partenio, sventolando felice la sua sciarpa. L’aveva ritrovata e non se ne separò più.-.

-Nonno- disse Peppiniello, asciungandosi una lacrima- è la favola più triste che tu abbia mai raccontato, ma è bellissimo come finisce. -

-E grazie- disse sua sorella- le favole finiscono sempre bene, se no che favole sono? Perciò sono belle, perché sono favole. Per questo sono straordinarie le storie che racconta il nonno.-.

Il vecchio tifoso guardò i due bambini e ripeté una frase di un cantautore che tanto amava:
-“In fondo le cose non sono mai belle o brutte, le storie non sono mai ordinarie o straordinarie. Lo diventano…lo diventano negli occhi di chi le guarda”…e nel cuore di chi le ascolta- aggiunse di suo. Aiutò i bambini a sistemarsi a letto, diede loro un bacio e si recò in cucina per salutare sua figlia. Mentre era con lei, gli arrivò un sms, lo lesse, sorrise e disse:
-Domani fai mangiare presto Peppiniello, verrò a prenderlo per andare allo stadio.-

-Ma come? Ma non avevi detto che era chiuso ai tifosi?-.

-Mi hanno appena avvisato che il Prefetto ha dato l’ok per 5000. Ma non dire niente al bambino, fallo solo mangiare un poco prima del solito. Voglio fargli una sorpresa.-

Salutò sua figlia, scese in strada, accese una sigaretta e ripensò a qualche sera prima. Al termine di uno di quei giorni duri, aveva scritto ad un suo amico, tifoso come lui, lo stesso nome, Giuseppe; gli aveva chiesto qualche cosa e quel qualcosa era arrivato, portando con sé il primo punto in trasferta ed ora l’apertura del Partenio. Ricordò il titolo della risposta di Giuseppe: “Ora che pare tutto perduto…” e poi riprese il suo cammino, perché, Nonno Peppe, sapeva che lungo le strade di una grande passione non ci si ferma mai.

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 17 Ottobre 2008 18:08 )