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Nun fa' 'o scemo PDF Stampa E-mail
Venerdì 05 Giugno 2009 11:50
  Scritto da LupoDentrooo   

Quando arrivò quel figlio in quella casa, quanta felicità e quanti sogni per la mamma, per il papà, per i parenti e per gli amici sinceri. D’altra parte, la cicogna aveva spiccato il volo e portato quel regalo, tanto atteso, esattamente quando da quella casa si era allontanato un altro figlio: Pasqualino.

Pasqualino era stato adottato, Pasqualino aveva dato, sì, una gioia, ma aveva costretto a subire mortificazioni, patire sofferenze e creato tanti problemi a quella famiglia; lui che soleva chiedere: “Qual è ‘o problema?”.

Un figlio, adottato o meno, è sempre un figlio, per cui il giorno che andò via avrebbe dovuto esserci un mortorio in quella casa; non fu cosi! "I figli so' piezz'e core", canta Mario Merola, ma quando un figlio il cuore te lo ha schiattato, così come spappolato ha il tuo fegato... embè, a tutti, e al padre soprattutto, venne voglia solo di cantare:
Col calicio levato,
mme conto tutt''e llacreme chiagnute
per te, dorge ed indegno oggetto amato,
ca t'hê pigliato giuventù e salute...
…..
Vino sincero,
ho detto al cuoro, al povero mio cuoro:
Chiagne pe' cunto tujo, ca i' mo stó' allèro...


Quanta allegria, quanta felicità il giorno che quella cicogna portò in quella casa un nuovo figlio, per giunta uno della razza loro, non adottato. Quel figlio era il massimo che si potesse sperare e Massimo decisero di chiamarlo.

Cresceva, Massimo, cresceva. E dava soddisfazioni e onore. Di lui si parlava ovunque: nei bar e nelle case del paese, certo, nel circondario, certo, ma anche oltre i confini di quella terra circondata dai monti... e a Napoli, addirittura, ci stava chi se lo sognava la notte e si svegliava con le scolle in fronte.

Ma, ben presto, siccome il cane mozzeca lo stracciato, e la sofferenza accompagna sempre la vita di certa gente, quel figlio tanto invocato, tanto atteso e tanto amato, iniziò a fare solo guai; cosicchè, quel padre a cui il primo figlio, Pasqualino, aveva già schiattato il cuore e spappolato il fegato, si vide costretto, per colpa del secondo, a ricorrere sempre più spesso a Gino, l’amico suo medico del manicomio di Aversa.

Usciva pazzo, quel padre, appresso a quel figlio che ne combinava sempre una in più e sempre più grave delle precedenti. E hai voglia a passare ore ed ore a dirgli, a spiegargli, a raccomandare: speranze vane. Quel figlio non era cazzo di imparare una cosa... una sola cosa... dai suoi errori, dagli sbagli della vita.

Ma un padre non si arrende, un padre non rinuncia mai ad una speranza in più e non nega al figlio la sua mano. Mai. E poi, col cuore di padre, trova sempre una scusante, qualcosa che possa difendere, sì, il figlio, ma possa rappresentare anche il modo per illudersi che domani possa essere diverso. Tante notti, nel letto, girandosi e rigirandosi, il padre, ripensando alla lista interminabile di errori e guai... figli di quel suo figlio, provava a favorire il sonno e la speranza che domani potesse essere diverso; diceva a se stesso ed alla moglie: "ma in fondo è guaglione, in fondo deve crescere ancora e, sono sicuro, arriverà il giorno in cui la smetterà di fare ‘o scemo".

E il figlio divenne grande e giunse il giorno in cui quel padre fu costretto da una cartolina ad accompagnarlo alla stazione, dove lo attendeva il treno che lo avrebbe portato in una città lontana: un soldato, ecco cosa sarebbe diventato tra qualche ora.

Della valigia e del fatto che non si scordasse nulla si era preoccupata la povera mamma, il padre gli consegnò le ultime raccomandazioni:
“Figlio mio, nonostante tutto, tu sei figlio mio ed io non riesco a non volerti bene. Ora non sei più un ragazzino, ora sei un uomo. Fa’ che nessuno abbia più a lamentarsi di te e dei tuoi guai, non farci soffrire più, sei cresciuto, Ti prego, va’ incontro alla nuova parte della tua vita, quella più lunga e più significativa affrontandola con serietà, con dignità, con intelligenza. Insomma, con la capa in capa e promettimi che non farai cchiù ‘o scemo”.

Il figlio rispose: “Papà, stavolta non commetterò gli errori di sempre. Te lo giuro.”

Baciò e un bacio forte ricevette. Prese il bagaglio e salì sul treno. Attimi di attesa, per quel genitore che provava ad accrescere la sua statura protraendosi verso i vari finestrini del treno, così da vedere e salutare quel figlio diventato grande.

Massimo si affacciò, il treno iniziò a spostarsi, fino a che entrambi erano ad una decina di metri da quel genitore speranzoso. Il figliò urlò:
“Papàààààààààà....”

“Dimmi figlio mio….”

“Papàààà, io ‘u facc’ ancora ‘o scemooooooooo”.


Il padre portò al lato della bocca il palmo della mano sinistra e gli urlò, con voce a fronna di limone:
“Che t'aggi''a dí?
fa' chello che vuó' tu..
Tanto, si sa…chi nasce tunno nun more quadro”.

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 05 Giugno 2009 12:23 )