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In un mondo nel quale, in tantissimi, si preferisce allenare la “panza” più volte al giorno e la memoria mai, io non dimentico che nell’ultimo periodo di Puleo ad Avellino sono stato assai critico verso di lui, in qualche caso anche duro ed in uno, perfino, stupidamente “cattivo”. Se anche avesse senso una beatificazione di Simone, sarei il meno indicato a proporla: io mi coprirei di ridicolo ed essa sarebbe assai poco credibile. Ecco perché ciò che leggerete non è un santino di lui che io intendo consegnare a voi: in realtà, molto più semplicemente, ed onestamente, ciò che scorrerà dinanzi ai vostri occhi è quel che Simone ha dato di sè ad un tifoso, in questi giorni di attesa. Con Puleo non avevo alcun rapporto particolare e manco conoscenza diretta; Simone che mi chiama, Simone che mi parla, Simone che mi dà è Simone che cerca, parla e dà ad un tifoso. E voglio raccontarlo. Tutto qui.
Ho sentito Puleo quasi tutti i giorni, in qualcuno di essi anche più di una volta; le cose cambiavano e con esse anche la voce che me le raccontava: tutte le tonalità dell’anima che si lascia influenzare dagli accadimenti. Una sola cosa è rimasta sempre identica, nei momenti di massima fiducia e di entusiasmo che travolge, in quelli dell’equilibrio nella riflessione necessaria ad un professionista che non ha ancora trent’anni, così come nelle fasi in cui sembrava svanire il suo ritorno: il rispetto e la grande considerazione per i tifosi dell’Avellino. Così che quando tutto sembrava fatto e doveva solo comunicarmi l’ora dell’arrivo, Simone non ometteva mai di raccomandarsi: “Peppe, aspettiamo, però. Non si sa mai, non voglio deludere: né te… né nessun tifoso. Meglio aspettare”; così che quando tutto era ancora una matassa da sbrogliare egli mi pregava di ricordare e sottolineare che non dipendeva solo da lui. Un mancato arrivo, per chi conosce il nostro “paese”, avrebbe autorizzato ogni tipo di film e tra questi anche quelli brutti assai e lontani dalla verità; che poi è sempre la più semplice a trovarsi, per chi ha voglia: le cose non sono mai dipese solo da Simone. Da lui dipendeva una scelta, professionale, certo, ma con tutte le ricadute sulla propria vita, e questa scelta Simone l’aveva fatta. Se altri (chiunque) lo avessero costretto a riporla nel cassetto delle cose che non si realizzano (per qualsivoglia ragione), il capitano teneva a far sapere ai tifosi che mai aveva inteso prenderli in giro.
Ho conosciuto un uomo che non ha mostrato verità quando conviene e giudizi per l’occorrenza.
Nel corso di queste giornate c’è stato un momento nel quale il suo ritorno ad Avellino sembrava cosa complicatissima: mi parlava dei problemi e degli ostacoli, un giorno mi faceva confidenza della natura di queste che ormai somigliavano a catene ed esattamente quello stesso giorno, proprio in quella stessa telefonata, non prima e poi mai più, Simone ha voluto parlarmi, e bene, di Dionisio e di Rodomonti, mostrando il suo rispetto per quei due dirigenti e per la verità: “Peppe, te lo dico ora e non lo negherò mai: con me sono stati correttissimi, mi hanno accontentato e trattato bene…”.
Quando la vicenda Biancolino si era appena conclusa, e nel modo che sappiamo, quando era certo che i due non avrebbero diviso giorni ed anni nello stesso ambiente e nello stesso spogliatoio, quando quel calciatore non era più e non sarebbe stato suo compagno, esattamente il giorno dopo la notizia della rottura consumata, Simone mi ha parlato, e bene, del Pitone, manifestandomi il suo dispiacere, umano, perché non avrebbe condiviso la sua nuova strada con una persona a cui lo legava amicizia, e professionale, perché da calciatore avrebbe dovuto fare a meno di uno che in campo avrebbe fatto tantissimo e, parole sue, “nello spogliatoio è molto importante ed è uno che si prende le sue responsabilità”. Tenendosi, correttamente, lontano dai motivi della separazione consumatasi in quel modo (“Peppe, credimi, non ho nessun elemento per cui giudicare, sono a centinaia e centinaia di km, non so cosa sia accaduto, non posso dire nulla e nulla voglio dire”) Simone mi ha mostrato il suo apprezzamento per il valore di un compagno e di un amico. E non lo cambiava di certo perché per tutti, ora, era solo un mostro.
Ho conosciuto l’entusiasmo di un calciatore che accetta un sfida difficile, ma per tanti versi affascinante, ho conosciuto il volto dell’equilibrio che non si lascia travolgere dagli eccessi (“Peppe, se qualcuno pensa che sarà una passeggiata e vinceremo tutte le partite e magari per 3 a 0 e senza soffrire sbaglia di grosso. Io li conosco bene quei campi della Sicilia…”), ho conosciuto il volto del Puleo professionista consapevole che il Monza avesse dei diritti e dei propri interessi che lui doveva comprendere e rispettare, così come il volto del Simone deluso, anche incazzato per certi rinvii inattesi.
Come se non bastasse, ho conosciuto anche il volto del Puleo bastardo.
La sera prima mi aveva chiamato per dirmi che sarebbe giunto il giorno dopo. La voce allegra, lo sfottò su cosa dovessi preparare per accoglierlo, aveva solo da farmi sapere l’orario dell’arrivo a Capodichino: “Domani nel primo pomeriggio vado all’allenamento, ci saranno i dirigenti per consegnarmi le carte. Poi ti chiamo e ti dico a che ora ho l’aereo”. Ho risposto: “Uaaa, stanotte dormirò meglio”... e poi ho mangiato la pizza più saporita che abbia consumato questa estate.
Quel pomeriggio del giorno dopo avevo tenuto il telefono sempre con me, temendo che una chiamata, un suo sms potessero non trovarmi pronto. Solo verso le venti passate il suo silenzio è stato cestinato: “Simò, allora? A che ora arrivi?”
“No, Peppe, non scendo più”.
“Ma non scendi più…oggi?!?!?.... stasera?!?!?”
“No, Peppe….non scendo proprio più”.
Come calciatore non vincerà il pallone d’oro, ma come attore l’oscar non glielo toglie nessuno: bisognerebbe aver ascoltato quella voce per capire come fosse impossibile sospettare uno scherzo.
In quegli istanti che mi stavano schiantando, non riuscivo a capire se fosse maggiore il dispiacere per il mancato arrivo e la perdita di un “calciatore-lusso” per la nuova squadra e per il campionato, di un “calciatore-simbolo” che ora più che mai avrebbe aiutato tanti di noi a curare le ferite di una storia maledetta, di una persona a cui avevo giorno dopo giorno imparato a voler bene oppure la rabbia più “arraggiata” contro un destino maledetto. Realizzavo, in quei momenti lunghi come sanno esserli solo quelli che ti fanno male, come qualcuno avesse deciso di farmi provare amarezza e dolore grandi esattamente poco dopo avermi consegnato immensa felicità; come ad accrescerne la potenza distruttrice. Ricordavo perfettamente che, dopo che avessi sempre messo in conto, anche di più, anche di peggio, che Pugliese potesse non iscriverci ed ucciderci, la notizia ufficiale della morte fosse stata anticipata da quella della decisione opposta e tanto attesa: mi era stato consegnato prima il paradiso solo per farmi apparire ancora più insopportabile l’inferno in cui sarei precipitato dopo una ventina di minuti.
Lo stesso per un calciatore a me tanto caro, Biancolino: il desiderio tanto coltivato di un suo ritorno, poi via via consegnato al catalogo delle cose impossibili, finalmente realizzatosi, finanche certificato dall’annuncio della società, e poi quel finale triste: cosicché la gioia che raggiunge cime altissime possa trasformarsi nel coltello che squarta vivo e renderlo ancora più tagliente.
Ed ora… anche con Puleo la stessa storia; ancora una volta…così: "No…non scendo proprio più” dettomi il giorno in cui era certo il suo arrivo e certa e massima la mia felicità. Ma che schifezza è? Ma perché accussì? Ma che ho fatto per meritare questo?
Non so ne abbia avuto abbastanza o semplicemente perché per magia abbia visto il mio volto dopo quell’iniziale “Noo!...eccheccazzo…no, Simò! Perché?“, so solo che finalmente ho sentito una sua risata e poi dire: “E dai..scendo…scendo…tranquillo”.
“Ma vaffanculo…va’… E tu così mi uccidi”.
A quel punto, anche il mio cane si è incazzato per quello scherzo ed ha iniziato ad abbaiare, Simone mi ha chiesto: “Ma hai un cane?”
Gli ho detto: “Sì, ho un pastore tedesco”. Quello che non gli ho detto è che glielo ‘nzammo addosso, appena ne avrò occasione…eccome se lo farò.
Quando giovedì sera mi ha chiamato per dirmi “Peppe, è fatta, arrivo domani…puoi tranquillamente dirlo…” io sono corso sul forum ed ho urlato la mia gioia e l’ho messa tutta in quel “Simone Puleo è nostro”. Oggi abbiamo un calciatore che non ha ancora trent’anni, un calciatore integro fisicamente, un calciatore che in questa categoria è, appunto, un lusso, un calciatore motivato come pochi ed abbiamo qualcosa di molto più importante: chi con la sua scelta e la sua presenza in campo può aiutarci a legare una storia così dolorosamente violentata con quella appena iniziata. Infine, oggi abbiamo prova che anche in questo calcio esiste ancora chi riesce a coniugare interessi professionali (e ce mancass’ che non lo facesse) con quello che gli detta il cuore.
Come fare a non dire grazie a lui ed alla società che ha pensato a Puleo ed ha lavorato per riportarlo qui? Questo pensavo, ieri, mentre andavo a Capodichino.
Poi, quando sono entrato in quell’aeroporto mi sono scoperto a girovagare nel ricordo di quanto accadde una sera di luglio, di un luglio che non scorderò mai. In quello stesso terminal, quella volta non arrivò colui che aspettai per ore; giunse, invece, la notte fatta di tante e tante notti in bianco. Difficile dimenticare.
Ora, ad aiutarmi a farlo è il presente che mi consegna quelle porte che si aprono non più invano. Il presente è il volto di Simone che compare addirittura in anticipo; il presente è nel mio sorriso mentre gli vado incontro; il presente è in quell’abbraccio tra un capitano ed un semplice tifoso; il presente sono io che so dirgli solo -“Grazie, Simò…”-; il presente è lui che mi risponde -“Sono io che ringrazio tutti voi. Peppe, come stai?”-; il presente sono io che dico -“Ora bene, finalmente sei qui…”-; il presente è in quell’avviarci verso l’uscita come due ubriachi che si reggono vicendevolmente e quel nostro scambiarci un sorriso ancora e poi un altro e poi un altro in più; il presente è lui che prima di scappare via mi dice -“Grazie per essere venuto, devo correre all'allenamento. Ci sentiamo per telefono…” -.
Il presente è l’animo di un tifoso che una sera lasciò quello stesso aeroporto convinto che non ci sarebbero stati altri giorni in cui avrebbe accarezzato quella sua grande passione ed ora va via sapendo che abbiamo nuovamente un futuro. Difficile, certo, forse più di quanto possiamo immaginare. Ma che bello potere andare incontro ad esso con Simone assieme a noi.
Un giorno, a telefono, gli ho detto: “Simò, ti prego, non mi uccidere pure tu”. Quella volta mi ha risposto: ” Peppe, non dipende solo da me il ritorno ad Avellino. Ci sono tante cose che decideranno, io posso solo dirti che voglio ritornare. Comunque si concluderà questa storia, non pensare mai che io abbia voluto ucciderti. Dai, vediamo che succede…vediamo...vedrai che tornerò”. Lo ha fatto.
La prima volta che Simone mi ha telefonato, avendo chiesto il mio numero ad un amico comune, prima di rispondere al suo -”Ciao, indovina: chi sono?- mi sono serviti alcuni brevi istanti, quelli necessari a vincere la sorpresa per qualcosa di impossibile ad immaginarsi, prima di rispondere-“Simoneee…ciao”; oggi, dovesse il tempo ritornare indietro, dovesse comparire sul display quel numero sconosciuto, dovessi risentire quella voce che mi chiede - “Ciao, indovina: chi sono?”-, non perderei neppure mezzo attimo e risponderei: “Ho poco da indovinare, lo so: una bella persona”.
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