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Il cammino di ogni speranza PDF Stampa E-mail
Lunedì 30 Novembre 2009 21:48
  Scritto da LupoDentrooo   

Dopo il dieci luglio, mi rifugiai in un particolare tipo di vigliaccheria: quella che ti porta a fuggire dai ricordi, belli o brutti, ma tutti cari, quando senti che il passato non ha più futuro.

Nei giorni precedenti avevo fatto un sogno; ve ne parlai. Io, Angelo, sua moglie Mena, un grande palazzo antico, un uomo senza volto, una voce nell’ombra, una mano bianca, una mano nera…

In seguito quel sogno avrebbe visto nella realtà gli stessi protagonisti. Un paesino dell’Umbria, una chiesa, un monaco vecchio e minuto, la sua voce che usciva da un cappuccio nero che nascondeva quasi per intero il volto. Ci ritrovammo a seguirlo per corridoi stretti e bui e quel palazzo antico del sogno altro non era che un vecchissimo convento. Quel curvo e solitario frate trascorreva le sue giornate ad essiccare fiori e con essi a colorare le sue opere in legno. Grandissime, bellissime. Parlava con la rapidità di Juary, frasi a scatti fulminei e con una vocina a stento udibile. Mi bloccai dinanzi ad una delle su creature: un uomo attaccato ad una pietra enorme e poi una grande ala pronta a sollevarlo verso il cielo.
Sotto c’era la seguente scritta:
-Di ogni sofferenza puoi farne una pietra o un’ala-.

Guardai Angelo:
-Stai pensando pure tu quel che sto pensando io?-.

-E come potrei non pensare la stessa cosa?  Peppe, lo vedi che è come dico io? Convinciti: non ci si può lasciare andare, non si può morire così…ja’ vedi di reagire-.

La sera, dopo cena, ritornando a quel monaco, a quelle opere, a quella scritta, Mena parlò di un crocifisso visto in quel convento: aveva una mano bianca ed una mano nera.
-Ma di che stai parlando? Dove stava?- chesi.

Angelo rispose:
-Ma perché, tu non lo hai visto?-

Ovviamente no. Rimasi senza parole e mi ricordai di quel sogno fatto qualche giorno prima.
In quelle mani che si incontravano, la nera e la bianca, io vedevo l’appuntamento tra il nero della sofferenza ed il bianco di giorni nuovi che mi avrebbero ridato ciò che era perduto.

Giunse, così, la speranza a strapparmi a quella vigliaccheria e ripresi in mano quel libro che mi spaventava, scritto in anni ed anni di passione vissuta come un eterno ragazzo innamorato. Più sfogliavo a ritroso quelle pagine, più lasciavo le foto a colori per tuffarmi in quelle in bianco e nero, più crescevano la rabbia e la malinconia. Ma anche la forza di ricominciare. Tutto spazzato via? Distrutto assieme a me tifoso?  No, non voglio.

E mi avviai lungo il cammino di quella speranza rinata.

Non ho mai creduto che sarebbe stato facile; anzi, mi incazzavo assai nel leggere ed ascoltare ciò che avevo già letto e già ascoltato da stupidi profeti del paradiso a prezzi scontati. La ricostruzione dopo un terremoto non è mai facile e le ferite profonde lasciano sempre cicatrici. Sapevo che sarebbe stata dura. Durissima. Tuttavia, mentirei a me stesso ed a voi se affermassi che avevo previsto tutto ed in questi termini. La realtà che supera ogni più cauta ed equilibrata previsione di ciò che sarebbe stato mi ha spinto già un paio di volte a dire: “non ce la faccio più, mi arrendo”. Lo confesso.

Curare la sofferenza con altra sofferenza?  Ma chi l’ha inventata questa cura? Chi è stu scienziato? Fatemelo conoscere. Ma vaffanculo va’. La famiglia, il lavoro, gli amici, il mio cane, un film in più, qualche libro e chi s’è visto s’è visto. E’ così facile.
Però, poi, starei davvero meglio? Non penso proprio. Così riprendo i passi  e vado avanti. Non fermarmi adesso, giungere dove merita il mio cuore di tifoso è l’unico modo che potrà ripagarmi di quello che ho patito per quel dieci luglio.

Il cammino di ogni speranza non è mai un’autostrada a quattro corsie; il cammino di ogni speranza è una strada stretta, piena di salite, di curve, di buche…

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 30 Novembre 2009 21:53 )