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Se penso che la prossima settimana si disputano gli ottavi di Champion's League e vedo come stanno messe (attualmente) Milan, Inter e Napoli mi vengono i brividi........

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Le briglie del cavallo della mia passione PDF Stampa E-mail
Lunedì 31 Dicembre 2007 16:19
  Scritto da LupoDentrooo   
Arrivò il nuovo anno, ci sorprese felici, troppo, tanto più ricordando le premesse. Di quella felicità esagerata, al punto che sembrò quasi non appartenerci appieno, increduli dinanzi a tanta grazia. Avevamo cinque punti di vantaggio (in realtà, senza la penalizzazione, erano sette) su un Ravenna che avrebbe anche dovuto farci visita al Partenio; avevamo una squadra forte, un attacco che, più che timbrare le vittorie, lasciava sul prato verde le orme dei corpi di avversari piegati da un confronto impossibile da reggere; avevamo un tecnico che, come nessuno negli ultimi anni, era riuscito ad interpretare lo spirito della nostra storia: fame, fatica e passione.
Con l’arrivo del 2007, il pensiero dell’anno che sarebbe stato ci apparve, nei giorni di attesa della ripresa del campionato, simile ad una sottile fune contesa da due giganti ed, in alcuni momenti di questa dura lotta, essa pareva cedere, stracciarsi: sarebbe stata una cavalcata facile che avrebbe violentato la nostra storia fatta di fatica, sudore e vittorie bagnate da lacrime di gioia, giunte a rigare i volti solo dopo mille patimenti; oppure avrebbe vinto ciò che siamo sempre stati, lupi che, per sfuggire a chi li vuole sterminare o anche semplicemente per trovare un po’ di cibo, vivono accompagnandosi all’eterna e dura lotta?

Ubriachi, ecco come apparivamo ad inizio d’anno: sbandavamo tra la certezza che avremmo conosciuto quasi la noia di una “cosa facile” e, per scaramanzia o timore o ragionamento, il pensiero che questa “cosa facile” non ci appartenesse, non fosse cosa nostra, perciò meglio non affezionarsi molto ad essa. Non credete, oggi, a chi vi dice invece “di essere stato sicuro che…”: non si può essere sicuri quando si ha testa e cuore. Il cavallo della passione di un tifoso percorre sentieri diversi, galoppa o trotta o si guarderà attorno spaventato, quando a cavalcarlo è la testa o il cuore, appunto. E i due, testa e cuore, non possono appropriarsi delle briglie contemporaneamente.

La risposta sarebbe giunta presto: una squadra ed una tifoseria sono come un uomo, hanno carne ed ossa, hanno la loro storia ed un loro DNA. E questo non si cambia. Avremmo dovuto soffrire e tanto ed a lungo: fino all’ultimo secondo, fino a farci scoppiare l’anima, fino a sentirci all’inferno.

Ne accaddero di cose, dal botto che salutò l’arrivo del nuovo anno al boato che fece seguito al goal di Rivaldo. E ciò che accade è esattamente ciò che trasforma un istante nell’eternità: l’incredibile.

In un istante, un cross sbagliato diventò un tiro che scavalcò il nostro portiere e si trasformò in un goal che violentò una partita che sembrava una passeggiata, spezzò le gambe alla nostra squadra e regalò le ali al Ravenna che, incredibile, portò via un pari su cui poi, con bravura, fortuna ed arbitraggi favorevoli avrebbe costruito la vittoria del campionato.

In un istante, una punizione, beffardamente assegnata e magistralmente tirata, ci negò la vittoria con la Ternana ed un primato ripreso si trasformò nel crollo di tutto, a cominciare dai nervi di dirigenti ed allenatore, in modo incredibile.

Un istante è ciò che serve ad un fotografo per consegnare alla storia della nostra storia un'immagine di un uomo e di un tecnico troppo solo per reggere alla ferocia ed alla cattiveria di gente dalla memoria corta, dal cuore duro e dal cervello piccolo: pugnalato alle spalle da chi dietro le sue spalle si era nascosto quando infuriava la bufera. Lo scemo del villaggio, finalmente, fu decapitato, tra gli applausi di tanti e le lacrime di pochi.

Arrivò un nuovo allenatore, dirà, “anche per fare un favore ad un amico”, accolto dalla piazza con panni stesi e osanna di ogni tipo. Troppa grazia, per me che conosco le cose della mia squadra, per essere sincera. Andammo ai play off, gettando al vento del mare di San Benedetto l’ultima occasione, o illusione, per raggiungere ciò che ad inizio del 2007 ci era apparso fin troppo facile. Incredibile è perdere una partita a cui gli avversari non sono interessati.

In un istante, quando gli istanti che ci avrebbero lasciati a piangere lacrime amare sugli spalti del Partenio erano ormai troppo vicini, una punizione neanche impossibile ci mandò in finale, battendo il Taranto. Incredibile: come una punizione, dopo quattro minuti di recupero, ci aveva distrutto, cosi una punizione, quella di Moretti a quattro minuti dalla fine, ci aveva portato dinanzi alla porta del paradiso.

E poi, la finale…

Più piccolo diventava il tempo a disposizione, più grande diventava la sofferenza; quest’ultima la sentivo nella carne, così pensai di risparmiarmi almeno la crudeltà delle lancette che girano e non guardai mai l'orologio. Tuttavia i minuti che mancavano al fischio finale mi venivano indicati dal crescere dei lamenti e degli insulti che i soliti della Montevergine indirizzavano a quelli che i più buoni definivano “cadaveri”. Io, che forza non ne avevo più, stremato come e più di sempre, all’ennesimo “andiamocene, è finita” raschiai il fondo e mi ribellai: “e andate viaaa…e bastaaaa…jatevennnnnnnn”.

A ribellarsi era stato il cuore, si appropriò delle briglie di quel cavallo, le strappò alla testa che non poteva che fotografare la rassegnazione dettata da ciò che avveniva in campo e sperò… sperò... sperò nell’incredibile. E, in un attimo, quello che arriva esattamente ad un attimo dalla fine, l’incredibile accadde: un pallone, l’ultimo, capitò sui piedi di Rivaldo, un ragazzino. Mimmo Rossi, con la bellezza della sua voce antica di cantore di quell’Avellino della mia gioventù, giorni dopo definirà quel tiro come il figlio dell'incoscienza e della spregiudicatezza. Già, un ragazzino incosciente e spregiudicato tentò l’impossibile e quel pallone, da lui calciato, volò nel vento e s'infilò nell’angolo alla destra del portiere avversario.

Un attimo, ancora soltanto un attimo e sentii un boato che fece tremare il Partenio e poi una lama si conficcò nella mia gamba, costretta a pagare da sola lo sforzo di un tifoso che, da oltre trent’anni, vive le partite dell’Avellino come un bambino. Per quanto il libro della mia storia di tifoso contenga ormai un grandissimo numero di pagine, non ricordo di aver mai visto danzare assieme, così abbracciati, la gioia dell’anima ed il dolore fisico.

Quando, sfinito, mi ritrovai seduto a terra, appoggiato al muro dei cancelli come un mendicante, tra i mille pensieri uno andò a quell’inizio del 2007, a quella felicità che sembrava non appartenerci, tanto le cose ci apparivano facili. Non credo che vi sia qualcuno che ami soffrire e, potendo, le pene di questi incredibili, lunghi, primi sei mesi me le sarei risparmiate volentieri. E tuttavia, la felicità che ora avevo tra le mani aveva un sapore dolce, grande, unico, che la “cosa facile” mai avrebbe potuto regalarmi. Un po’ come il sapore del Natale di una volta, quello tanto atteso, quello dei ricordi in bianco e nero, così diverso dal Natale di oggi, pieno di tutto, privo di sapore.

Quando smisi di pensare al passato, andando al futuro, al campionato di B che avremmo dovuto disputare, sussurrai ciò che qualsiasi tifoso biancoverde aveva in testa: “speriamo che sia la volta buona”.

C’è un termine che uso spesso, apparentemente come a ridere, in realtà a rappresentare la collera e la rabbia: tarantelle. Iniziarono subito, addirittura la sera stessa: neanche il tempo di festeggiare e sentii uno dei Pugliese dire che ora avrebbero valutato se continuare, fatto riunioni di famiglia... le tarantelle, insomma. Tarantelle che caratterizzarono un'estate lunga e tormentata, durante la quale vedemmo l’addio di calciatori che, nel bene e nel male, avevano scritto un lungo tratto della nostra storia, protagonisti di pagine bellissime e di altre tristi assai. In ogni caso, gente che resterà nella nostra mente e, più di qualcuno, nei nostri cuori per sempre.

Andò via il buon Maglione, l’ex “lo schiavo di Pugliese”, ora omaggiato e venerato ad Avellino, l’uomo a cui io non ho mai negato, e non nego oggi, di aver dato un importante contributo alla causa biancoverde ed alla promozione e che, però, assecondato dai soliti servi sciocchi, ha ritenuto di fare la moltiplicazione dei pani e dei pesci dei suoi meriti e di svilire il contributo di chi tanto ha dato, a lui stesso per primo.

Ma quando si balla, si balla tutti, e così, alle tarantelle partecipò anche il tecnico Vavassori. Non cambio idea: aveva diritto di fare la scelta che ritenne di fare e che fece nei tempi e nei modi giusti. Ma due cose meritano di essere sottolineate: una che ho sempre pensato ed un’altra che ho maturato in seguito. Vavassori ha lavorato con serietà ed impegno; valido professionista, ma non ha mai sentito “robba soja” questa squadra, questa piazza, la venuta ad Avellino. Un impiegato delle poste che fa il suo dovere e cerca di farlo bene. Non è poco. Ma l’anima è un’altra cosa. E per trovare quel coraggio di cui parlerà in seguito, quello necessario ad accettare rischi e situazioni difficili, occorreva amare questa squadra, averla nell’anima, avendole dato l’anima. Oppure, il coraggio lo dettano i soldi e la durata del contratto. La seconda, oggi ne sono convinto, è che nella sua scelta di dire addio abbia influito il suo immaginare che anche lui, come Maglione, avrebbe potuto capitalizzare la promozione in modo “degno” e migliore. Accetterà Cesena quando non avrà altre squadre, parole sue. Buona fortuna e grazie.

E venne la sposa in nero. Capii ben presto, leggendo, ascoltandolo e dalle cose che mi riferivano i miei compagni che seguivano il ritiro, che avremmo dovuto liberarci presto di mister Sarri: stava combinando solo guai e guai maggiori avrebbe combinato. Mai, mai per nessun tecnico avevo, in tanti anni, sperato fosse mandato via in pieno ritiro. Andai a Sturno, pretesi di parlargli e dopo averlo ascoltato, a lui, un comandante che parla dei suoi uomini dipingendoli così male, consegnai l’ultima frase: “Se non crede in questi calciatori ed in questi dirigenti, se ne vada via adesso”. Non lo fece, consumò i giorni a seguire avvelenando l’ambiente ed i calciatori, fumava e avvelenava tutto e tutti, non solo con le sue tante sigarette. Lo farà, andrà via, con la squadra pronta a salire sul pullman che l’avrebbe condotta a Treviso. Lasciò l’Avellino allo sbando, calciatori disorientati e minati nel morale, buttò l’ambiente nello sconforto più nero (persino dei suoi vestiti) e la croce addosso a dirigenti che di colpe ne avevano sì da farsi perdonare, ciononostante ora pagavano un prezzo troppo alto.

Quando anche il terzo tecnico ebbe a dire “no, grazie”, mister Pioli, io mi chiesi: “ma facciamo davvero tanto schifo? Valiamo davvero così poco? Siamo destinati alla recita di cenerentola e batteremo il record di Natasha, così che dopo febbraio dovremo attendere marzo per vedere la prima vittoria?”.

Arrivò Carboni ed iniziò a lavorare. La montagna da scalare era alta assai. Calciatori da ricostruire nello spirito e nell’autostima, condizione fisica prossima allo zero, un ritiro praticamente mai fatto, organico costruito senza un preciso disegno tattico, qualche evidentissima carenza in alcuni ruoli, qualcuno immediatamente resosi indisponibile per infortunio e qualche altro che con i postumi di malanni fisici doveva fare i conti (per non parlare del calendario da brividi alle porte). Infine, tanto per alzare la vetta di quella montagna, amministratori locali e lanciatori di bottigliette provvidero a complicare le cose a modo loro. Insomma, come si dice dalle nostre parti: “ngopp’o cuott’ l’acqua bollente”.

Ben presto si determinarono tutte le condizioni per rivedere un film tanto amato ad Avellino: “caccia allo scemo”. Un altro mister colpevole di tutti i mali del mondo, un altro tecnico da insultare ed un altro allenatore che avrebbe dovuto farsi la valigggia”. Nello scorrere delle giornate di campionato scoprimmo un Mengoni mostruoso, un Di Cecco che, a dispetto della pubalgia patita, si divertiva a dimostrare alla sposa in nero che il “peso” di un calciatore non si misura sulla bilancia, un Sestu stratosferico, il solito Porcari umile, utile e disposto a sacrificarsi anche in porta (e con ottimi risultati) pur di aiutare la squadra i cui colori, la sera della promozione in B, aveva deciso di portare in giro con una parrucca, seduto su un finestrino di una utilitaria, urlando come solo il più folle dei tifosi è solito fare. Preso atto di qualche delusione fra i singoli, anche grossa, scoprimmo insomma un “gruppo” vero, una squadra capace di reagire, decisa a non piegare la testa e  non cedere ad un destino che sembrava segnato… e si giunse alla pausa natalizia.

Il brutto rospo, rifiutato da tre principi azzurri, quella squadra profetizzata come incapace anche di figurare, se non nel ruolo della cenerentola, nel campionato cadetto e quel tecnico da cacciare via a calci nel sedere, tenendosi per mano, portarono il loro dono di Natale: l’Avellino posizionato in classifica come né con Zeman né con Colomba era stato mai.

Ed ora che un altro anno è passato, consegnandoci il dolore grande per la scomparsa di Adriano Lombardi, il capitano della squadra dei miei vent'anni, mi chiedo come sarà il prossimo? Di cosa abbiamo bisogno? Meglio che arrivi Tizio o Caio? Ed i dirigenti faranno ciò che devono? Quanti punti occorreranno? E le concorrenti come si rafforzeranno? Riusciremo a salvarci? Proverò ad analizzare il mercato che sarà ed a rispondere con la testa. Ma alla fine, già lo so, sarà il cuore che prenderà le briglie del cavallo della mia passione e lo condurrà lungo il cammino del 2008. Un nuovo anno della stessa vita: vita di un tifoso di una piccola grande squadra.
Ultimo aggiornamento ( Domenica 06 Gennaio 2008 20:41 )