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Il campione e la papera PDF Stampa E-mail
Venerdì 13 Aprile 2007 00:12
  Scritto da Mimmo Rossi   
"Quando segnerà De Ponti, tutti insieme canteremo : alè, alè, alè lupi alè".
Chi ha vissuto quegli anni, ricorderà sicuramente questi versi che venivano intonati da tutto il Partenio. E Gil, il magico Gil, al canto e ai cori provenienti dagli spalti si esaltava, segnava, gioiva e viveva la sua meravigliosa avventura in biancoverde.

Era il primo anno che l'Avellino giocava in serie A. L'anno della grande scommessa con il mondo intero, con quanti erano convinti che i lupi nella massima categoria avrebbero ricoperto il ruolo di squadra meterasso.
Un solo anno in serie A per poi tornare nella serie cadetta, decisamente più consona ad una città di provincia, dove l'unico svago è il pallone. Quella stagione era vissuta da tutti come un grande avvenimento, qualcosa di irripetibile. Lo stadio ogni domenica era stracolmo di gente. E solo dopo aver vissuto imprese memorabili come la vittoria sul grande Milan, i pareggi conseguiti con Inter e Torino, la gente iniziò a crederci e partita dopo partita nacque la speranza. Il sogno di rimanere in A poteva diventare realtà.


Gianluca De Ponti fu prelevato dal Bologna a campionato iniziato. C'era bisogno di qualcuno in attacco che finalizzasse il gioco. La salvezza passa sempre per i piedi di un bomber. Fu un grande sforzo, soprattutto sotto l'aspetto economico, portare De Ponti in biancoverde. Con la maglia rossoblù aveva disputato alcuni campionati, segnando anche numerosi gol. Una garanzia per l'Avellino di Rino Marchesi che aveva bisogno di uomini esperti ma anche di gol pesanti. De Ponti era il classico opportunista. Sempre al posto giusto nel momento giusto. Passo dinoccolato, capelli lunghi, buono nello scatto, ma efficacissimo sotto rete nell'eludere la sorveglianza dei mastini avversari.

Gil personaggio stravagante: toscanaccio quanto basta, guascone al punto giusto. L'amore innato per il rettangolo di gioco,a volte però anche sfaticato. Non sempre incline come i suoi compagni a seguire le direttive di società e allenatore. Polemico a volte sino alla noia, ma tanto, tanto simpatico.
Quando giunse ad Avellino si presentò con un cappotto di pelliccia ( alla fine degli anni 70 andavano molto di moda) e teneva al guinzaglio una papera. Si, proprio una papera che portava a passeggio per il corso Vittorio Emanuele, tra lo stupore generale degli avellinesi, abituati di sera all'immancabile struscio. "Meglio una papera al guinzaglio che una in campo".... sussurrava la gente vedendolo passare. "Può fare quello che vuole, può portare anche una slitta e vestirsi da eschimese, l'importante che segni e ci faccia divertire".
E De Ponti di gol ne segnò quell'anno e fece divertire quanti la domenica soffrivano e gioivano per le sorti dell'Avellino.

Il primo derby con il Napoli al Partenio vide Gil tra i protagonisti. Il Partenio ancora non era completato: terra battuta al posto dell'attuale pista d'atletica leggera, spalti ancora con impalcature issate, antistadio tutto da inventare. Finì uno ad uno. Nel primo tempo sotto la porta della curva sud Beppe Savoldi, mister due miliardi, anch'egli con lunghi trascorsi bolognesi alle spalle, trasformò un calcio di rigore per gli azzurri. Nella ripresa, dove aveva segnato il bomber partenopeo, De Ponti mise a segno il gol del pareggio, trasformando a sua volta un tiro dagli undici metri.
"Sono stato fra i suoi successori a Bologna - disse a fine partita rivolgendosi a Savoldi - non potevo assolutamente demeritare".

Fu un anno bellissimo che culminò con quel pareggio stupendo nella Torino della strascudettata Juventus. Ultima giornata di un campionato sofferto, tutto in salita per il lupo che al vecchio Comunale fu accompagnato da un esercito di sostenitori. Treni speciali, voli charter, torpedoni biancoverdi e tante, tantissime auto private. All'ultimo atto di un campionato difficile l'Avellino chiedeva un solo punto per tagliare il traguardo della salvezza. Marcantonio Napolitano e Padre Giacinto la mattina di buon ora andarono a messa. Le ultime raccomandazioni al Padreterno affinchè il grande sogno di rimanere in A si avverasse. A Torino la promessa di andare con tutta la squadra a piedi al santuario di Montevergine per ringraziare Mamma Schiavona.
Finì tre a tre, con il povero Alessandrelli tra i pali juventini a subìre due gol che sancirono il pari più esaltante della storia dell'Avellino.
Poi l'ubriacatura di gioia negli spogliatoi. Gil nello stanzone cupo e denso di vapori, fu tra quelli che si lasciò andare ad una gioia incontenibile. Gavettoni per tutti: ne sa qualcosa Ciro Vigorito, allora giornalista del Roma e direttore di Radio Alfa 102. Fu preso di mira dal toscanaccio che aveva già inondato di acqua il simpatico Vincenzo Picioni De Luca, il massaggiatore che curava con dedizione paterna tutta la squadra.
Che bella Torino, che bella la serie A, riconquistata a denti stretti proprio da un manipolo di sconosciuti e da una tifoseria impazzita.


Ultimo aggiornamento ( Sabato 14 Aprile 2007 00:20 )