| Paolo il caldo |
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Giovedì 10 Maggio 2007 23:00
Scritto da Mimmo Rossi
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di Mimmo Rossi Siamo alla fine degli anni settanta, l'Avellino è in serie A, dopo quella bella e trionfale vittoria del giugno del 1978 allo stadio Marassi di Genova. Il gol di Mario Piga, il tamburino sardo, come lo definì Peppino Pisano dalle colonne del Mattino, consentì ai lupi di approdare inaspettatamente nella massima serie. Iapicca aveva già passato lo scettro del comando al presidente Vincenzo Matarazzo. L'Avellino in punta di piedi si affacciò in serie A esordendo al Meazza contro il Milan. Pronostico chiuso, vittoria scontata per i rossoneri. Ma il lupo non sfigurò al cospetto del diavolo. Lo stadio Partenio era in piena ristrutturazione e mentre in contrada Amoretta si lavorava giorno e notte per tirare su le gradinate, Rino Marchesi e l'intera truppa irpina furono costretti a giocare con la Lazio al San Paolo di Napoli. Brutta batosta nel tempio del calcio partenopeo. Finì 3 a 1 per i biancocelesti. Furono in tanti a pensare che l'avvenuta in serie A sarebbe durata giusto una stagione. Difficile mettersi al passo delle altre, impossibile mantenere i ritmi con squadre blasonate, ma anche con quelle provinciali, abituate a lottare e soffrire per non retrocedere. Antonio Sibilia era nel frattempo rientrato a tempo pieno nella società, anche se la carica di presidente era stata affidata al costruttore avellinese Vincenzo Matarazzo. Era il commeda, comunque, a manovrare. E dopo i tonfi di inizio stagione, Sibilia corse subito ai ripari, intervenendo energicamente sul mercato, cercando di scoprire in provincia giovani talenti ai quali affidare l'operazione salvezza. Dal Monza, che militava in serie B, era già giunto l'attaccante Tosetto, un biondino che in Brianza si era messo in luce a suon di gol. Scuola Milan Ugo-gol, come fu definito al suo arrivo ad Avellino, anche se con la casacca biancoverde, non fece faville. Pensò solo di farsi riconoscere un buon ingaggio, ricordando che con il Monza "beccava" premi speciali. Storica la risposta di Sibilia che ricordò al biondino che ad Avellino non c'era molto granturco per soddisfare la sua fame: "Uagliò, quà gramìgnola nun ce ne stà". Nel Monza qualche attento osservatore aveva segnalato la presenza di un difensore di fascia dai piedi buoni, all'evenienza avrebbe potuto coprire anche il ruolo di centrocampista laterale. A settembre Sibilia non esitò a rilevare dalla società brianzola l'intero cartellino di Paolo Beruatto, tre campionati con la casacca del Monza, una promozione dalla C alla B, tanta voglia di giocare ed affermarsi. All'epoca i calciatori dell'Avellino erano i beniamini di tutti. Il popolo biancoverde, in pratica una intera città e buona parte della provincia e di quelle vicine, amava a dismisura i lupi. Per tutti si coniavano vezzosi nomignoli. Lombardi, che era il faro del centrocampo, fu definito fiammifero, grazie ai capelli rossi, Tosetto era Ugo-gol, Cattaneo per la sua mole il Cesarone delle difese, Di Somma per tutti era Totore, una via di mezzo tra Salvatore e un forte muratore, uomo arcigno e grande lavoratore. Per Beruatto, prendendo spunto dal film di successo interpretato in quegli anni da Giancarlo Giannini, fu coniato il soprannome di Paolo il caldo. Giovanissimo, bello quanto bastava per far impazzire le tante ragazzine, il caldo Paolo non ebbe difficoltà , nonostante fosse la sua prima esperienza al Sud, ad ambientarsi in una cittadina come Avellino che aveva letteralmente la testa nel pallone. In quel campionato Beruatto giocò poco. Una dozzina di presenze con molti spezzoni di partite. Il calciatore c'era tutto, ma Rino Marchesi (anche lui aveva un nomignolo, lo chiamavano Rino...ceronte) preferì inserirlo gradualmente in una categoria dove poi avrebbe giocato ad altissimi livelli per oltre un decennio. Piedi buoni Paolo il caldo, difensore elegante e dotato di una duttilità eccezionale. Il gioco a scalare, il saper coprire e spingere con grande dinamismo, Beruatto consentiva alla manovra avellinese un notevole respiro. Gli mancava il gol, giocava lontano dalla porta avversaria, ma quando spingeva su quella fascia destra i cross per De Ponti, e poi per Juary e Criscimanni erano sempre precisi e taglienti. Tre stagioni con la casacca biancoverde, una più bella delle altre. Alla fine Beruatto divenne una pedina importante prima nella scacchiera di Marchesi, poi in quella di Luis Vinicio. Ragazzo serio il Paolo, piemontese doc di Courgnè, a mezz'ora d'auto dalla grigia Torino, dove il sole tarda a splendere, coperto dal denso fumo sprigionato dalle mille ciminiere delle fabbriche. Torino, dove il suono delle sirene si confonde tra le nebbie diventando una nenia proprio come i dialetti del popolo meridionale trapiantato negli anni cinquanta nella città del benessere. Paolo, come tutti i settentrionali che in quegli anni vestirono la maglia dell'Avellino, ritornò nella sua Torino diventando una bandiera della squadra granata. Ma Avellino gli è rimasta sempre nel cuore. Oggi(*) Beruatto, 44 anni, è un allenatore emergente. Quest’anno iniziando l’avventura in C alla guida del Messina non ha avuto la soddisfazione di poter affrontare la sua ex squadra, grazie alla quale conobbe i palcoscenici della serie A. A Messina l'avventura è durata poco. L'avrebbe dovuto sapere che nelle piazze infuocate del Sud i risultati contano più del bel gioco. Nella sua breve permanenza al di là dello stretto, Paolo il caldo ha più volte ricordato quella avventura magnifica in Irpinia. Lo ha fatto con Beppe Gulletta, telecronista di Canale 21 e TeleOggi degli incontri dell'Avellino di quegli anni, in una serata all’insegna della nostalgia per il tempo passato e forse anche per qualche occasione perduta. (*) L'articolo di Mimmo Rossi è del 2001 |
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| Ultimo aggiornamento ( Venerdì 18 Maggio 2007 11:51 ) | |




