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Angelo Alessio PDF Stampa E-mail
Venerdì 07 Settembre 2007 13:02
  Scritto da Mimmo Rossi   
di Mimmo Rossi

Tre anni con la maglia biancoverde. Quando approdò ad Avellino era un illustre sconosciuto. In pochi lo avevano visto all'opera sui campi polverosi dei tornei dilettantistici. C'era stato però chi aveva scommesso su di lui. Su quel ragazzetto dai capelli ricci, dallo sguardo pulito, dal sorriso sincero e dai modi garbati. Giocava nel Solofra, tra i dilettanti, dove si impara a prender calci ma anche a renderli con i dovuti interessi. E quando su quei campi, dove contano molto l'esperienza e la forza fisica, nasce una stella, sono in tanti a spingerla nel firmamento. Non sempre però è così. Quanti ottimi calciatori hanno finito per appendere le scarpe al chiodo, senza aver potuto provare la gioia del professionismo?

Angelo Alessio, un campioncino fatto in casa. A due passi da Avellino, dove in quegli anni ruggenti contava solo il pallone, la serie A. Il riccioluto centrocampista dallo sguardo dolce che avrebbe fatto la gioia delle mamme non solo avellinesi, entrò negli spogliatoi del Partenio, proprio come si entra in chiesa. Rispetto, devozione ai colori biancoverdi, ossequioso con tutti. Provava una vergogna tremenda alle domande dei cronisti. Davanti alle telecamere diventava rosso paonazzo.

Che bravo ragazzo Alessio, timidissimo con i cronisti, deciso, temerario sul rettangolo di gioco. Tre stagioni in biancoverde. Tre allenatori diversi che gli consentiranno di accumulare la giusta esperienza per spiccare il volo nel firmamento del calcio, nelle alte sfere, nella Juventus che vinceva tutto.

Con Tomislav Ivic alla guida dell'Avellino, Alessio scoprì un calcio nuovo, fatto di fatica, ma anche di divertimento. Ivic insegnava gli schemi consentendo ai propri atleti di uscire dal campo stremati fisicamente, ma per niente stressati. Con il tecnico slavo al centro di ogni allenamento c'era sempre la palla. E guai se a un calciatore non gliela fai mai vedere e lo sottoponi solo a dure sedute ginnico-atletiche. Enzo Romano, autore di quel magico gol-vittoria al Milan, nel fango del Partenio nella prima stagione in serie A, di Ivic rimase entusiasta. Aveva ritrovato il gusto di giocare al calcio, aveva ritrovato le motivazioni giuste per continua a vivere l’ennesima stagione calcistica nella massima serie.

Enzo Romano di Capaccio Scalo proprio come Angelo Alessio che giovanissimo, inesperto, desideroso di apprendere trascorreva lunghe ore sul campo. Perfezionava il tocco con lunghe sedute di palleggi, provava e riprovava i tiri da fermo, si impegnava negli allunghi, curava la corsa ed il controllo: uno scolaretto modello che a guardarlo faceva persino tenerezza, tanta l'abnegazione, il sacrificio. Era sempre il calciatore che entrava in campo per primo ed usciva per ultimo. Insomma, Alessio in quegli anni ha dato tutto se stesso pur di arrivare.

E alla fine ce l'ha fatta. Proprio come Tacconi, Piotti, Vignola, De Napoli e tanti altri che la fucina avellinese sfornava per le squadre della massima categoria. Ma per Alessio la strada fu più difficile, più in salita. Pur avendo origini salernitane era da considerarsi irpino a tutti gli effetti. Quindi doveva triplicare gli sforzi, doveva sudare le proverbiali sette camicie per evitare di esporsi alle critiche dei tifosi più accaniti. Ne sa qualcosa Nando De Napoli. Essere profeta in patria non sempre giova, anzi non ha quasi mai giovato. Sei troppo esposto alle critiche delle male lingue. Soprattutto se incappi in una giornata negativa.

Per questo, calciatori come Angioletto (così era chiamato vezzosamente dai tifosi), la domenica entravano in campo tesi come una corda di violino, dopo aver preparato la partita in ogni minimo dettaglio. Alessio per la verità di partite con la casacca biancoverde ne ha sbagliate pochissime. Un professionista serio, uno di quelli che ha badato sempre al sodo. Mai una dichiarazione polemica, mai sopra le righe. Attento e misurato, anche nei momenti più difficili. Alessio un simbolo di professionalità in antitesi con l'improvvisazione. Peppe Zandonà, libero di quegli anni, parlando una sera a Telenostra nel corso di una trasmissione sportiva disse:
"Ti accorgi a stento della presenza di Alessio negli spogliatoi, ma quando stai in campo lo cerchi e lo trovi sempre al posto giusto".

Dopo aver appeso le scarpe al chiodo, dopo la bella carriera, Angelo che aveva messo famiglia in Irpinia, è tornato ad Avellino. Con la gestione Pugliese si era parlato di un posto per lui in società, magari nel settore giovanile. Chissà se i nuovi proprietari dell'U.S. Avellino un giorno vorranno riproporre vecchi campioni che negli anni d'oro hanno scritto pagine di storie indimenticabili del calcio avellinese.
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 07 Settembre 2007 13:18 )