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Rambo PDF Stampa E-mail
Mercoledì 17 Ottobre 2007 11:43
  Scritto da Mimmo Rossi   
Mexico 86: in campo con gli azzurri di Enzo Bearzot c'era un irpino purosangue, il primo a vestire la maglia della nazionale maggiore di calcio. Il suo nome Fernando De Napoli. Che bella soddisfazione per una intera provincia. Non era mai accaduto di vedere un conterraneo presente tra i protagonisti del più ambito torneo calcistico del mondo. Nando ai Mondiali. Chi l'avrebbe mai detto.

Era un caldo pomeriggio del maggio dell'86, quando in città si diffuse la notizia che Nando De Napoli, battezzato, sempre dal geniale Peppino Pisano, "Rambo", faceva parte dei ventiquattro calciatori selezionati da Enzo Bearzot per i Mondiali del Messico.

Cronisti, fotoreporter e cineoperatori corsero subito a Chiusano San Domenico, il paese che De Napoli non aveva mai voluto abbandonare. Era forte il suo attaccamento a quel paesino che ricorda tanto un presepe, dove le case sono adagiate sul fianco della montagna. In piazza era festa grande.

Il padre di Nando, un uomo dall'aspetto sincero e gioviale, dallo sguardo buono e pacione, dietro al bancone del bar riceveva complimenti da tutti, mentre stappava alcune bottiglie di spumante. Sul volto di quell'uomo la grande gioia, che aveva tutto il sapore del grande riscatto. A qualche centinaia di metri dalla piazza in una palazzina di fresca costruzione l'intera famiglia a festeggiare, ma in tono decisamente compito. La madre, a cui Nando sembra proprio, come si dice dalle parti nostre, aver tagliato la testa, con estrema saggezza ripeteva: "E' un passo importante per mio figlio, ma l'esame vero e proprio ancora deve iniziare".

Le sorelle si affrettavano a scartocciare vassoi colmi di pasticcini, per offrirli ad amici, parenti, conoscenti e anche a tanti curiosi giunti a Chiusano per incitare Nando, il campione fatto in casa, tirato su con sane bistecche della macelleria del paese, quella che ha la carne buona che contiene le giuste proteine per alimentare i muscoli del campione.

Nando, lo ricordiamo quando ragazzino in pullman veniva in città dalla sua Chiusano, per poi salire sull'autobus e raggiungere Mercogliano, dove ai piedi del paese, nel campetto di terra battuta sognava di fare il calciatore. Gino Corrado, abile talent-scout lo prese ragazzetto, proprio come Fabio Pecchia, Francesco Dell'Anno, nella vicino Baiano. Nando si allenava con scrupolosità ed impegno. Quando marinava la scuola era sempre lì con un pallone tra i piedi a palleggiare, a correre a irrobustire il fisico. Dopo alcuni campionati con la Mirgia, la squadra di famiglia del "vulcanico" Gino, l’esperienza con l'Avellino.

Poi un anno assieme all'inseparabile amico Marco Pecoraro a Rimini, dove allenava un certo Arrigo Sacchi. In riva all'Adriatico, Nando si fece le ossa nel torneo di serie C. Lì lo vide Franco Janich, allora direttore generale del Bari che cercò in tutti i modi di portarlo nel capoluogo pugliese. Non ci fu verso però. Grazie a Corrado, De Napoli rimase nell'Avellino, dove nel campionato 83/84 collezionò diciotto presenze in prima squadra, segnando anche una rete. Ma non era ancora soddisfatto.

De Napoli divenne "Rambo" quando approdò sullo scanno biancoverde Antonio Valentin Angelillo, che vide in lui un mediano in grado di demolire gli avversari, ma anche capace di prodursi in lunghe sgroppate in avanti. Poi la maturazione con Tomislav Ivic, infine anche per sanare le deficitarie casse societarie il passaggio al Napoli di Italo Allodi. Gli scudetti, le Coppe Italia, la Uefa, l'amicizia con Diego Armando Maradona, il fascino delle grandi platee, ma nella mente sempre il ricordo del suo Avellino, delle sue origini, della saggezza che contraddistingue la vita del paese. Nando a Milano alla corte del Cavaliere, in rossonero, quasi da turista. Non ha mai cambiato accento. L'inflessione dialettale sempre la stessa: a Milano a Reggio Emilia a Cagliari. Sempre e solamente irpino.

Campione di stile, di correttezza, di sportività. Nando De Napoli, il rambo dell'Irpinia, che al Partenio, con la maglia del Napoli che stava per appuntarsi per la prima volta il tricolore sul petto, al gol dell'ex Carnevale non esultò per rispetto alla sua gente, a quello stadio il cui prato verde aveva sognato di calcare da bambino e che successivamente lo aveva visto protagonista.
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 17 Ottobre 2007 11:57 )