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Franco Colomba PDF Stampa E-mail
Venerdì 02 Novembre 2007 11:04
  Scritto da Mimmo Rossi   
Al confine con la Romagna, a pochi chilometri da Pesaro-Urbino, nelle Marche c'è un paesino che negli anni Ottanta ebbe il suo momento di grande notorietà per la presenza del "Club dei Brutti", il cui presidente aveva saputo con grande maestria veicolare il proprio sodalizio, che annoverava tra gli iscritti i più brutti personaggi del mondo dello sport, dello spettacolo e persino della cultura. Tanti i passaggi televisivi, numerose le manifestazioni organizzate in quegli anni nel piccolo centro marchigiano. Il massimo della notorietà con la presenza alla trasmissione Portobello di Enzo Tortora.

A Piobbico nell'estate dell'83 l'Avellino iniziava la sua ennesima avventura in serie A. Anno duro, maledetto. Antonio Sibilia era stato arrestato proprio in quel giugno al calcio–mercato di Milano. Accuse gravissime per il patron biancoverde. Sibilia per le sue precarie condizioni di salute finì in ospedale, piantonato.

Alla guida dell'Avellino rimasero i suoi più stretti collaboratori, costretti a far andare avanti la baracca tra mille difficoltà. Don Antonio, dopo il non certo esaltante campionato disputato dalla squadra biancoverde nella stagione precedente, aveva in mente di attuare una vera e propria rivoluzione del parco giocatori.
Era pronto a prelevare dalla maggiore squadra di Città del Messico un attaccante fortissimo, un centravanti che usava con disinvoltura tutti e due i piedi, abile nel gioco aereo, rapido e guizzante nelle difese avversarie. A Mercogliano Sibilia aveva avuto modo di visionare numerose videocassette che mostravano l'abilità e le qualità di Ferretti che nel campionato messicano aveva messo a segno una valanga di gol. Ferretti lo vedemmo ad Avellino quel giugno dell’83 per le visite mediche. Era pronto a firmare l'accordo con l'Avellino, poi non se ne fece più nulla per l'arresto del presidente.

Chi prese in mano le redini societarie dovette fare di necessità virtù ed attrezzare in gran fretta l'organico da consegnare all'allenatore Fernando Veneranda, confermato da Sibilia. E quella politica di ringiovanimento del parco giocatori fu tramutata nella sagra dei saldi. Così ad Avellino giunsero calciatori come Vullo, Colomba. Atleti insomma che potevano definirsi sul viale del tramonto.

Nella piazzetta di Piobbico l'incontro con Franco Colomba. Una lunga intervista per Telenostra, dinanzi ad un bar dove i ragazzini si accalcavano per strappare l'autografo. Colomba l'ultimo piedi buoni del calcio italiano, come venne definito in quegli anni, aveva militato a lungo nel Bologna, diventandone una bandiera. Ma quando assieme a Vullo decise di trasferirsi ad Avellino, nel capoluogo emiliano nessuno si strappò i capelli. Dopo tanti anni il Bologna voltava pagina e per il suo capitano non c'era più posto.

Con Vullo approdò in Irpinia tra le tante perplessità della tifoseria. Franco Colomba giunse a Piobbico in quel ritiro scelto per la preparazione precampionato con estrema superficialità. Piobbico è situato in una valle, dove il sole estivo quando picchia affloscia i muscoli ed annebbia la vista. Inoltre, l'hotel che ospitava la truppa biancoverde era collocato al centro del paese, creando non pochi problemi alla vita quotidiana dei calciatori. Insomma, non era proprio il luogo giusto per effettuare un ritiro monastico, quello che serve ad una squadra di calcio per preparare un campionato di serie A.

Nella prima intervista rilasciata al giovane cronista di Telenostra, Colomba fu chiaro: "Ho scelto Avellino per concludere in bellezza la mia carriera. Spero di giocare ancora qualche campionato ad alto livello. Ho ventotto anni e credo che per qualche stagione ancora potrò dire la mia nella massima categoria".

Gufi e civette furono subito zittiti. Franco Colomba mantenne la parola. Lui, l'ultimo "piedi buoni" del calcio italiano, dotato di un calibro al posto dei piedi, era stato inserito un anno prima nel listone dei quaranta per il mondiale di Spagna da Enzo Bearzot. Solo la presenza di calciatori come Antognoni, Conti, Oriali e Marini non gli consentirono di far parte dei ventiquattro che disputarono la fase finale di Spagna 82 che laureò gli azzurri campioni del mondo.

Ultimo "piedi buoni", dicevamo; allora, per "piedi buoni" si intendeva chi era capace di calibrare il lancio a quaranta metri, chi inventava le parabole giuste e vincenti dai calci piazzati, chi adorabilmente addomesticava il pallone indirizzandolo al momento giusto nel posto giusto. Ma Colomba era abile anche nel gioco aereo, impressionante per genialità e visione di gioco. Uomo squadra, leader indiscusso sia in campo che nello spogliatoio, ben presto gli vennero consegnati i gradi di capitano. Era il classico calciatore che dagli spalti faceva gridare il tifoso competente: "passa 'a palla a 'o masto!".

Anni difficili per l’Avellino, sofferti ed esaltanti al tempo stesso. Nella prima partita di campionato, in una calda domenica del settembre dell'83, la tensione era visibile sui volti di tutti. La paura di fallire contro il Milan faceva piegare le ginocchia a dirigenti e calciatori. Poi il tre a zero rifilato senza timori reverenziali ai rossoneri di Blisset, del giovane Baresi. L'abbraccio della folla, la consapevolezza dei propri mezzi, il feeling ritrovato, la serie A da conservare. Per Colomba l'inizio di una stagione nuova e l'amore di una tifoseria calda e appassionata, superiore di gran lunga a quella bolognese.