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AVELLINO - Per un tifoso la paura di perdere una partita e anche dieci, di retrocedere ancora e poi ancora, di dover subire umiliazioni in serie, in fondo, è un qualcosa presente nel kit in dotazione; ma, l’essere costretti alla paura, e non è la prima volta, che la nostra squadra possa scomparire per sempre, per ciò che essa è in assoluto e ciò che essa rappresenta in termini di ricordi, emozioni, vissuto personale, è semplicemente insopportabile. Disgustoso se si pensa a tempi, modi e forme, del presente e del recentissimo passato. E, tuttavia, di questa paura, non abbiamo a vergognarci e mai avremo a farlo. Noi non sappiamo se ci sia del vero e quanto, stavolta, nella “promessa pugliesiana” di non iscrivere l’US. Avellino 1912 in Lega Pro, se non dovesse giungere una nuova proprietà; dovremmo immaginare “sì” e “tanto” e molti di noi non solo lo immaginano ma pensano di esserne certi; così, come non sapevamo (nel senso che di certezze-verità-vangelo nessuno poteva distribuirne, laddove era legittimo pensare in un modo, in un modo assai simile o nel modo totalmente opposto) se lo scorso anno Pugliese non avesse in alcun modo pensato di realizzare quanto pur minacciava o, invece, ne fosse fermamente convinto, salvo poi rivedere, per convenienza, il suo disegno, dinanzi all’ormai certo ripescaggio in serie B, stante il caso Messina. Sappiamo, però, che di questa sorta di ‘A Livella nostrana, opera di Pugliese ( “Ogni anno, di questi tempi, c’è l’usanza…”), ne abbiamo piene le scatole; così, come stanchi siamo di rincorrere l’Amministratore Unico ed i suoi pensieri, reconditi o espressi in qualche comunicato od intervista. Ogni volta, mentre cerchiamo di analizzare avverbi e congiunzioni, mentre ci improvvisiamo esperti di diritto societario e sportivo, mentre fissiamo lo scadenziario degli appuntamenti della Federazione, ci riscopriamo prigionieri di pensieri che appaiono simili a soldati di un esercito disorganizzato, prossimo al disarmo e che faticano a trovare ordine razionale, coerenza di movimenti e linearità di fini. Pensieri che nascono, muovono pochi passi e poi si bloccano, prigionieri della paura, paura che nessuno compaia all’orizzonte, paura che il lupo possa morire, ucciso dall’indifferenza, dal disinteresse di tanti e dai disegni dell'attuale proprietà che, nel migliore dei casi, ha dimostrato ampiamente di non essere capace di fare calcio, a certi livelli (ci vuole l’arte per passare alla storia per aver collezionato tre retrocessioni, di cui due consecutive) . Dovremmo aver vergogna di confessare che oggi abbiamo paura? Qualcuno un giorno ha scritto che “L’emozione più antica e più forte dell’uomo è la paura, e la paura più antica e più forte è quella dell’ignoto.” Giammai! Noi siamo vivi, noi siamo ancora in grado di provare emozioni.
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