| Condannati a sostare su un lastrico perenne |
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Lunedì 18 Giugno 2007 16:07
Scritto da Velleio Patercolo
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Accanto, o meglio, sopra di noi, sta là: questa ossessione fatta di spettri e aguzzini ghignanti. Siamo eletti e reprobi, condannati da una penombra oscura e radiosa. Cazzo, quanti ossimori, per questo mistero che sarebbe un gioco magico e perfetto se non ci atterrasse nella fatica mostruosa della pietra più scabrosa. Siamo condannati a questa superba e disperata felicità: a cercare penosamente di sollevare lo sguardo e a vedere erigersi (sembra invincibile) una piramide senza fine o forse una catasta di storie antiche, dilanianti ricordi e, insieme, le più indimenticabili e stronze ragioni della nostra vita. Quest'enigma ci ghermisce come un orrore sacro. Forse sarebbe bello riposarsi (io ieri lo trovavo giusto: un dovere per la mia solita mente: bastarda, cazzo, sì, maledetta, come quella di tutti gli altri malati). Ridestarsi e ricostruirsi. Macchè: un'altra trasformazione. Un'altra trasfigurazione. Molti chiamano "destino" il fremito della nostra pazzia, l'addensarsi solito di folgori e lampi. Eppure, quando già ti avevano chiamato per dirti: "è ora. Andiamo", ecco: ancora qualcosa di nuovo (è possibile: ancora qualcosa di nuovo? Ancora?), di nuovo in mezzo ai soliti pensieri che trafiggono il cervello, mentre brucia la febbre delle idee lugubri e delle arterie impazzite. Brancolavamo, noi, la nostra utopia di un'uscita di sicurezza dalla tragedia (sì, sì: la chiamo così. La conosco la retorica: "ma non sai le vere tragedie", "le tragedie sono altre"... fottetevi) e il delirio catartico che anima gli ultimi desideri come dinanzi a un ultimo diamante, a un ultimo strappo alla ragione. Gesù, giuro che sull'Avellino non ti chiedo più niente. Gesù, solo questo. Bugiardo di merda: è una cantilena che va avanti da secoli. Ho giurato di essere sincero. Ma prima di rivelarmi presto (alla prima occasione, già lo so; all'ennesimo bivio, questo abbaglio che m'acceca, quest'anello che non tiene inchioderà le mie menzogne) all'identità di spergiuro, voglio dire che questa cosa (che non è più tifo: e non è fede: e non è ragione di nulla. E non ha nome) ci allevia mentre ci distrugge, ci stordisce mentre ci sublima. Questo mostro-angelo ci cammina sempre accanto con uguale terrore e beatitudine e nei supremi frangenti ci fa toccare il senso più attonito e inebetito di quell'inesplicabile sentimento che è la felicità. Vale la pena agonizzare per questo? Forse no. Anzi, di sicuro no. Ma quel calice spaventevole da cui beviamo è simile a un compagno che precipita negli abissi dell'ombra e sale traboccante di luce in una profondità di stelle. Quel compagno è la nostra forma: condannati a sostare su un lastrico perenne, abbiamo da un lato la paura, dall'altro la gioia. Vecchio cuore biancoverde, quante intelligenze hai chiamato a battaglia? E quante vite? Gli imbecilli felici ora possono perfino assopirsi: gli hai offerto un'altra notte di visioni liete. Ora, per l'ennesima volta, le afferriamo appena usciti dalle viscere: come trasaliti, piangendo le lacrime di chi di nuovo ha ritrovato la propria creatura di sempre. |
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| Ultimo aggiornamento ( Sabato 07 Luglio 2007 01:30 ) | |




