Anno 5 - Giorno 332
Giovedì, 09 febbraio 2012
Benvenuto, Visitatore.
Attualmente sul Pianeta:
 7850 visitatori e 561 utenti online

Ultime discussioni

La Juve sconfigge ancora una volta il Milan nella prima semifinale d'andata di Coppa Italia. A San Siro i bianconeri vincono con una doppietta del figliol prodigo Caceres (da applausi il suo...

Dimms Control | Centro geotecnico ingegneristico di intervento e di controllo sulle strutture e sul territorio - Laboratorio Geotecnico
Home Editoriali Redattore per un giorno 26 anni di Lupo, 26 anni da Lupo
26 anni di Lupo, 26 anni da Lupo PDF Stampa E-mail
Venerdì 05 Giugno 2009 12:21
  Scritto da Paolo79   

L'U.S.Avellino 1912 è una parte importante della mia vita, per seguirla ho tolto tempo ed energie (anche economiche) a cose altrettanto importanti. Non so se ho fatto bene o ho fatto male, ma so che questo nella mia vita mi ha regalato emozioni (belle e brutte), mi ha fatto battere il cuore a mille, mi ha gettato nello sconforto e mi ha dato gioie immense. Ho ricordi sfocati dei miei primi anni di Serie A, ricordo solo papà che doveva tenermi sulle spalle, altrimenti vedevo solo le gambe della gente in Terminio. Gli ultimi li ricordo meglio, le ore di attesa ai cancelli e poi sugli spalti, i gol del mio idolo Benedetti, di Schackner, Bertoni, Dirceu. Ricordo la notte che non dormii perchè la sera prima era passato Di Leo nella palestra dove andavo io e mi aveva fatto un autografo, ricordo il 2-6 sentito alla radio da mia nonna e io che facevo il giro della casa urlando e saltando ad ogni nostro gol. Ricordo, poi, quella triste domenica di Maggio in cui le nostre speranze si infransero sulla traversa del Meazza, papà scuro in volto e io che piangevo sulle sue ginocchia. Ricordo i calendari con la X, la Serie B, i gol di Marulla, di Sorbello, i fischi a Ravanelli e Baiano, le magie di Battaglia, la delusione per il 2-2 con la Cremonese quando già pensavo alle partite con Milan, Juve e Inter dell'anno dopo. Un 2-0 e un 3-2 contro Venezia e Lucchese nei minuti di recupero, e poi ancora una volta la retrocessione: la serie C, una cosa che per me fino ad allora era esistita solo nelle ultime pagine dell'album Panini, ma che sarebbe diventata da allora in poi una sorta di amaro habituè. Erano però quelli gli anni in cui avevo abbandonato la Terminio ed avevo cominciato ad andare in Curva Sud coi miei cugini più grandi, con la mia sciarpa, le mie bandiere, io, poco più che tredicenne, in mezzo ai "grandi" a tifare e ad innamorarmi ogni giorno di più di questi colori. L'arrivo dal Taranto di un ragazzotto romano che in poco tempo diventò idolo, i derby coi pisciaiuoli, le prime trasferte, le guerre a casa per poterci andare, la vittoria sulla lazio all'Olimpico con Bertuccelli, il ritorno con Scognamiglio che sovrastava Casiraghi, il centravanti della Nazionale. La partenza la domenica da casa a mezzogiorno insieme ai miei amici perchè i 5 chilometri che ci separavano dallo stadio ce li facevamo a piedi, senza pranzare. Poi di nuovo l'incubo del fallimento, e il ritorno di quel presidente che ci aveva fatto grandi in Serie A, l'entusiasmo generale, i 10000 abbonati, la vittoria Reggio Calabria, le pretate a Nola con la pecora in mezzo al campo, la delusione al gol di Aglietti in un Partenio gremito come ai tempi d'oro, la paura della semifinale col Siracusa, l'urlo liberatorio all'eurogol di Totò Fresta, la paura ancor più grande al gol del Gualdo a Pescara, la gioia sfrenata al rigore di Esposito, la lotteria dei rigori con il cuore in gola che quasi esplose alla parata decisiva di Landucci. Eccola di nuovo la Serie B, che doveva essere soltanto un passaggio verso quella A in cui Sibilia ci aveva lasciato e in cui diceva di volerci riportare. I sogni con Criniti e Luiso, il gol di Calvaresi, il ritorno con la Salernitana visto in un bar di New York dopo aver costretto chi mi ospitava a guidare due ore per raggiungere l'unico posto della metropoli che trasmetteva la partita. A marzo il rimpianto per aver dovuto rimandare i propositi di promozione, a giugno la disperazione per non poter andare a Verona per un piede ingessato due giorni prima. Verona, appunto: 3-0 e di nuovo Serie C. Stavolta sembrava davvero la fine di tutto, invece da lì a due mesi e mezzo siamo di nuovo ad esultare per un gol di Guidoni ad Avezzano. Sono i tempi del mercato aperto tutto l'anno, e Avellino sembra un porto di mare: gente che viene, gente che va, calciatori o pseudotali che si alternano ma il risultato è sempre lo stesso: mediocri campionati di C, la gente che comincia ad allontanarsi fino alla famosa partita con la Viterbese. 263 paganti, ed io tra questi. Intanto mi trasferisco a Siena, ma ogni 15 giorni sono qua a vedere l'Avellino, quello di Rizzolo, Rencricca e Quaresmini. Poi il vecchio presidente, messo alle strette dalla piazza, decide di vendere a due fratelli di Frigento che mai avevo sentito nominare, anche se sembra che dietro ci sia dell'altro, ma poco importa, la gente torna allo stadio: c'è un allenatore con un nome strano che dicono sia bravo, una banda di ragazzini sconosciuti che in poco tempo si rivelano campioncini e fanno reiinamorare la gente di questa maglia: trasferte in stile "esodo", partite spumeggianti e play-off raggiunti, impensabili ad inizio campionato. A gennaio, intanto, i due fratelli si sono fatti da parte lasciando al reale prorpitario, tal Aliberti di San Giuseppe Vesuviano, presidente anche della Salernitana. Dura da digerire, ma meglio che niente. I play-off intanto svaniscono, non prima di averci regalato un altro grande pomeriggio nella gara interna col Catania. Si riparte senza tante speranze, con una squadra arraffazzonata, un tecnico giovane e sconosciuto, e l'ennesimo cambio di società: viene allo scoperto Casillo, quello che aveva fatto grande il Foggia con Zeman e che poi lo aveva fatto fallire. Anche qui c'è poco da fare:non è il meglio che ci si possa aspettare, ma meglio di niente. Si parte con i Bembuana e i Senè, campionato altalenante, con una buona partenza, poi la caduta libera fino all'orlo dei play-out, la risalita nelle ultime partite e un dignitoso settimo posto. L'anno dopo Casillo sembra mollare, cambia allenatore già ad Agosto, e completa la rosa all'ultimo giorno utile di mercato. Da Messina arrivano Marra, Molino e Cecere, il Drago è subito trascinatore e dopo due mesi battiamo il Pescara al Partenio con 20000 persone sugli spalti. Campionato bellissimo, trasferte epiche, io che mi sciroppo 1000 km a settimana per seguire il Lupo, la gioia irrefrenabile per quel 2-1 all'Adriatico con più di 5000 tifosi al seguito, la paura di non farcela dopo la beffa del bidone Vidallè a L'Aquila, i 10000 di Crotone, il gol di Marra e dopo sette anni è di nuovo lì: la Serie B. Quasi 10000 abbonamenti e la scelta per la panchina di un allenatore che ha fatto la storia del calcio ma che non ha mai vinto niente. Una rosa con un'età media da liceo, e una retrocessione più o meno annunciata. Ma anche quell'anno le emozioni non mancano: dalla tragica notte di Sergio Ercolano alla doppia supposta di Kutuzov ai cavallucci. Stavolta, però, sembra finita davvero: Casillo ha tagliato la corda, i debiti sono tanti, nessuno sembra poterci salvare. Ma ecco che rispuntano quei fratelli di Frigento, rilevano la società ed evitano il fallimento, in più allestiscono una rosa niente male, che comincia a dare soddisfazioni fin da subito e la gente ci crede e segue. Nel nostro girone ci sono una suqdra che non perde un colpo, il Rimini, e un'altra che per blasone forza economica sembra non avere rivali: il nuovo Napoli di De Laurentiis. La mia prima trasferta al San Paolo e l'orgoglio di poter sostenere la mia squadra davanti a quelli che ho sempre considerato "i veri rivali", sportivamente parlando, anche se il mio astio verso di loro nasce da motivi che vanno al di là del pallone, e l'orgoglio di uscire imbattuti. A febbraio, poi, li stendiamo 2-0 con Rastelli e Biancolino e io godo da star male. Il destino ci riserva i play-off, in finale proprio contro di loro. La paura di non farcela, le notti insonni a cercare servizi e notizie in TV, la carovana di pullman, le lacrime che mi sono scese al nostro "VINCEREMO NOI", arrivati in 6000 ai piedi del San Paolo, il cuore che quasi mi esce dal petto quando, negli ultimi 20 minuti, ammutoliamo quei 70000 con un tifo assordante, e la squadra che esce dal campo imbattuta, deludendo i vomitevoli cronisti partenopei e le malelingue avellinesi. Da quel giorno cominciò la settimana più lunga della mia vita, si dormiva tre ore a notte, fino al gran giorno: 19 GIUGNO 2005. 30000 spettatori, e la paura matta di non farcela ancora una volta. Ma Biancolino e Moretti stendono nuovamente la balena bianca, e al fischio finale io mi sento l'uomo più felice del mondo che ha appena vissuto il giorno più bello della sua vita. Andrò a dormire il lunedì verso le 15:00, per poi alzarmi alle 20:00 e continuare a festeggiare per tutta la settimana, godendo come un riccio quando vedo che sui canali napoletani, dove per un anno c'era stato un unico turbillon di dotti, medici e sapienti, adesso davano i film di Totò... Comunque sia, è Serie B, ancora una volta. Si riparte dalla base dell'anno prima, con degli innesti sulla carta ottimi, e l'esordio a Verona fa ben sperare. Ma poi c'è una serie interminabile di sconfitte, il cambio di allenatore, un mercato di riparazione non proprio eccelso, anche se si spendono soldi a palate, un girone di ritorno tutto sommato positivo e il traguardo degli spareggi-salvezza raggiunti: per via di un coglione andremo a giocarli in campo neutro, ma poco conta, stavolta ce la faremo, giochiamo contro una squadra modesta che non ha neanche i tifosi. E invece, davanti agli 8000 di Perugia, quella squadretta ci rifila due palloni e ci rispedisce in C. Al ritorno, in autostrada, guido e piango. Stavolta è finita davvero. La società a strazzi a petazzi si iscrive, ma allestisce una rosa arraffazzonata senza elementi di spessore, con qualche buon giocatore rientrato dal prestito e qualche promessa ancora inesplosa. Sembra una squadra che farà fatica a salvarsi, e invece all'ultimo la società trova il modo di trattenere i senatori che fino all'ultimo giorno di mercato sembravano dover andar via, le cose cominciano subito a girare bene, diamo 4 palloni a partita a tutti grazie al gioco trovato da un allenatore che all'inizio tutti davano per scarsissimo, pure ai calamaretti che non trovano di meglio da fare che prendersela coi cessi della Curva Nord. A Natale siamo primissimi, a Pasqua siamo secondi con una punizione che al 93' si infila nel nostro sette, e da lì a maggio gettiamo via il campionato e ci accontentiamo del secondo posto. Play-off ancora una volta, le pietre prese a Taranto, il semi-infarto al gol di Moretti, l'infarto totale al gol di quello sconosciuto ragazzino uruguaiano quando, ancora una volta, sembrava tutto finito. Ed è di nuovo Serie B, e a fine partita io piango dalla tensione accumulata. E come tutti i campionati di B partiamo ad handicap, con una squadra monca, un allenatore preso a due giorni dall'inizio del campionato, e tre punti in nove partite. Un'inaspettata risalita, la solita campagna-acquisti di gennaio "a perdere", la solita ricaduta e manco a dirlo la solita retrocessione. Se non è finita adesso, non finisce più. Ma la fortuna vuole che i nostr cugini messinesi falliscano, e noi veniamo ripescati. Nonostante questo, c'è da stare incollati ai computer fino all'ultimo secondo, perchè potremmo fare la stessa fine. E invece ancora una volta ci iscriviamo, dopo una battaglia durata mesi, e ancora una volta si parte per il ritiro con una banda rabberciata di ragazzini e un allenatore che fino al mese prima arracquava le piante davanti al municipio di Fiuggi. Il solito inizio disastroso, l'arrivo di un nuovo allenatore, l'immediata risalita, il solito mercato di rparazione monco, da febbraio a marzo un crollo verticale, gli unici giocatori che potrebbero fare la differenza si fanno male e resti a giocarti le tue già poche chances con la banda di ragazzini che c'era all'inizio. Ma questi tirano fuori l'orgoglio e se la giocano oltre le loro possibilità, dandoci ancora la possibilità di inorgoglirci e gioire come a Rimini, dove al gol di Venitucci per poco non svengo, o rimontando tre gol allo stellare Parma. Fatto sta che gli errori commessi ad inizio stagioni sono un handicap troppo pesante e a Modena, nonostante una prestazione tuttto sommato dignitosa, in cui la squadra in 9 riesce addirittura temporaneamente a pareggiare, si perde e si retrocede, Per l'ennesima volta, la sesta sulle ultime sei. Ma a fine partita i calciatori raccolgono l'applauso dei tifosi.



Eccoli qua. Sono 26 anni. 26 anni di lupo, 26 anni da lupo. 26 anni di gioia, dolore, trasferte, bandiere, idoli, bestemmie e paure.Troppo grande è l'amore che in questi anni si è creato e si è consolidato perchè io possa fregarmene. Troppe sono state le emozioni provate perchè io non possa accettare al fatto che i fratelli di Frigento possano decidere se rovinarmi o salvarmi l'ennessima estate. Tante volte siamo stati vicini al baratro e pur di non morire abbiamo buttato giù pillole amarissime. E non lo nego e ne vado fiero, perchè io, pur di non veder morire l'U.S.Avellino, venderei anche l'anima al diavolo.