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Irpinia sotto attacco!

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  • #16
    Il “nostro” petrolio visto dalla British

    Su Orticalab di oggi, si legge una intervista rilasciata dal geologo De Masi, consulente della British Petroleum : “L’Irpinia non è solo terra di petrolio, anche di gas. I comitati del NO si rassegnino”

    L’unica cosa vera, nelle parole del signor Geologo, è il trend negativo delle stime unilaterali in termini di ricaduta occupazionale sul territorio. Finalmente siamo passati dalle centinaia di migliaia degli anni passati, agli “anche mille”. Per poi confessarci, con troppo ritardo, che in realtà sarebbero solo qualche decina gli occupati locali? E tutti in mansioni superflue con contratti capestro? Come lo standard assicurato in Basilicata insegna.

    Poi, c’è la spocchia tipica di chi immagina di detenere potere o comunque in qualche modo di rappresentarlo, perchè un piano energetico nazionale, figlio del consociativismo tra l’industria della “cassa-integrazione” e “trimurti” sindacale, hanno demandato al clan dei “lobbisti a corto respiro” e più breve visione, previsioni vere, solo per gente associabile all’attuale mestieranza politica del Clan Caldoro. Corta anche di intelligenza.
    Le parole del geologo De Masi, legittimamente, ma troppo ovviamente, restano palesemente “pro domo sua”. Figlie di un disagio a cui i maneggioni dell’energia non erano abituati: presi con le mani nella marmellata, anche con il penoso blitz ferragostano tentato su “Case Capozzi” dalla “Regione Campania di Napoli” su mandato dei propri “mammasantissima” elettorali.
    Un basso tentativo, capace solo di testimoniare la bassa considerazioni che gli intelligentoni dell’imprenditoria statalizzata, hanno delle comunità interne. Credono, ancora, che tra i “governi balneari”ed il “crollo del muro”, noi non si conosca nemmeno l’uso di Google. Antichi nelle analisi economiche, preistorici nella comprensione della società.
    Anche “Case Capozzi” è stato scoperto, tanto dai comitati locali, quanto dal Partito Democratico, che con le sue segreterie provinciali, i consiglieri regionali e parlamentari, ha creato supporto immediato ai sindaci di Sannio e Irpinia perchè non accadesse, quanto accaduto nel 2009, dove il titolo furbo, di una politica vigliacca, determinò l’assenza totale dei sindaci dalla Conferenza dei Servizi del “progetto Nusco”, riuscendo nell’obiettivo di mettere un altro tassello sul cambio di destinazione d’uso dell’Irpina, da “granaio della Campania” a “garage di Napoli”.

    “Non credo che nessun investimento possa considerarsi così utile, per non parlare dei vantaggi dovuti alle royalties”, afferma il nostro geologo. Io gli offro (questo è il link) i dati che il PD irpino, sta diffondendo sui territori per dimostrare l’esatto contrario di quanto lui afferma. Non sta a lui convincersi, libero professionista pagato da una ditta privata per dare informazioni “pubbliche”, ma sta alla sua dignità personale evitare brutte figure, in nome di interessi altrui. Affermazioni del tipo: “i comitati, fino ad ora, stanno approfittando del buon senso della gente, prendendola in giro”, tolgono credibilità solo alla sua persona, non solo per l’arroganza dei modi, ma soprattutto perchè cerca di far dimenticare che insieme ai Comitati ci sono tanti sindaci e anche un Partito di governo con la Segreteria e la Direzione provinciale, tutti i suoi riferimenti istituzionali, provinciali e nazionali che stanno con costanza, da circa un anno, conducendo non azioni demagogiche, come quelle a cui la British era abituata dagli standard nazionali passati, ma una seria azione di analisi e proposta.
    Per capirci, lei dice: “è inutile che una parte del Pd continui a raccontare storie diverse. Il Ministro parla chiaro, lo stesso vale per Renzi”, io le dico che nello scivolone semantico dei “3/4 comitatini” di renziana memoria, il PD irpino ci si mette tutto, e non per voglia di sterile opposizione interna (mi creda ha più diritto chi le scrive a dirsi “renziano” che il subentrato Ministro Guidi), ma perchè il PD di Renzi non è più la Fiat di Agnelli. Abbiamo forze, intelligenze e laicità anche per contraddire un leader offrendogli analisi alternative. E lo stiamo facendo!

    Per lei, inserito nella zona mediana della piramide produttiva petrolifera, quella fatta “strana”, con un vertice acuto, una fascia centrale stretta ed una base piatta e larga, può restare solo l’attenzione di quella parte di politica, trasversale a molti ma invisa a tutti, che soffrendo ancora di ansia da paga sindacalizzata, di cui gode ed ha goduto troppo, crede ancora che l’affermazione della propria intelligenza stia nel tentativo di privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Mi creda, questa gentucola, gli italiani l’hanno messa in minoranza, dovunque.

    http://ambientecomunita.tumblr.com/p...-dalla-british
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    • #17
      Consiglio a tutti di leggere questo resoconto

      Le trivellazioni petrolifere in Irpinia

      https://www.dropbox.com/sh/oowjzdp8o...-%20100514.pdf
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      • #18
        Petrolio, Ortolani: «De Masi vende solo fumo ma una cosa è vera: il Governo ha già deciso»
        L’ordinario di geologia: «Ci troviamo di fronte all’ennesima farsa, Caldoro farà finta di essere contrario, mentre le compagnie a raccontare storie immaginarie»

        «De Masi pensa di vendere il petrolio come i negrieri che compravano gli africani con qualche vetro colorato. Mi pare banele, chi pensa di poter lavorare con le compagnie, non vede pericoli ma soltanto vantaggi ed opportunità». A dichiararlo è Franco Ortolani, ordinario di geologia e direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio dell’Università Federico II di Napoli.

        Professore, De Masi annovera l’oro nero tra le risorse che l’Irpinia rischia di sprecare. Lei crede che gli idrocarburi possano portare vantaggi all’economia locale

        «Innanzitutto, mi sento di dover porre una questione all’attenzione dell’opinione pubblica: a che titolo parla Raffaello De Masi? Fa lo sponsor, sta parlando come docente universitario, difende un interesse? E’ utile fare chiarezza sulla sua posizione, altrimenti rischiamo di portare avanti una barzelletta. Io quando sono intervenuto è perché mi hanno interpellato i comitati no triv, non per altre ragioni. I dati, da lui citati, sono inventati o peggio ancora sono figli di informazioni che gli passano le compagnie petrolifere, per fare colpo sull’opinione pubblica. Venendo alla sua domanda, basta osservare il caso Basilicata, ormai ben conosciuto anche in Irpinia. In questa zona lo sviluppo al posto di andare avanti, va indietro. Le promesse delle compagnie sono soltanto slogan senza certezze. Questa regione dell’entroterra resta tra le più povere del Mezzogiorno e dell’intero paese. Basta ascoltare i sindacati locali per capire come il tanto atteso boom occupazionale corrisponde a fumo e non a concretezza. De Masi, quando lancia questi messaggi, mi sembra un colonizzatore, al tempo della tratta dei negri, che provava a comprarsi gli africani con degli specchietti colorati»

        Esistono rischi nelle aree ad alta sismicità, come quella dei progetti Nusco o Case Capozzi?

        «Chi vende l’attività petrolifera non può dire che ci sono pericoli. Dopo aver delimitato i perimetri dei progetti bisogna individuare le singole zone, in particolare quelle dove gli eventi sismici sono più frequenti. Gli studi di impatto ambientale non possono essere effettuati come quelli per trovare un porcile. La sicurezza sismica, infatti, non è affatto verificata. Effettuando una radiografia del sottosuolo, si può capire come tali ricerche, alle profondità in cui verranno realizzate, non sono del tutto sicure»

        Considerando questi rischi, vale la pena scavare in questi territori?

        «In Irpinia, già negli anni 80, dall’Agip sono state effettuate alcune ricerche senza ottenere risultati. L’oro nero, dopo queste analisi, è stato ritrovato soltanto nella zona di San Marco dei Cavoti, certamente non in quella prevista dai programmi delle compagnie. Rispetto al caso metano, posso dirle che nella località del Bolle della Malvizza c’è l’anidride carbonica, lo stesso vale per altri siti, ma questo non significa che ci troviamo di fronte ad idrocarburi utili. Non tutto il gas può essere utilizzato. Quello irpino non credo abbia i requisiti giusti»

        De Masi attribuisce il verdetto finale sul petrolio al Governo. Secondo lei sarà il premier a decidere?

        «Questa non è una novità. Il Governo è pro trivellazioni. Renzi ha detto che non saranno quattro comitatini a fermare le ricerche nello stivale. La Regione Campania ha accettato il responso del premier e del suo esecutivo. Caldoro sarà perfettamente allineato, anche se fino all’ultimo momento non mancherà di essere critico. In fondo, non bisogna dimenticarci che a breve ci sono le elezioni regionali. Chi pensa di essere eletto non può farsi nuovi nemici, soprattutto nelle zone interne, fondamentali per la vittoria. Ci ritroveremo di fronte all’ennesimo esempio di finta opposizione. Regione e Governo ormai hanno deciso»

        Come possono fare, quindi, i cittadini a fermare le ricerche?

        «Non è cosa semplice. La linea pro-triv, a differenza di alcuni che la sottovalutano, ormai è forte e ben radicata. L’unica soluzione è individuare i problemi, cioè quei casi dove la legge non viene rispettata. Le compagnie, durante gli studi di impatto ambientale, hanno commesso diversi errori. Laddove ci sono mancanze o sbagli, bisogna impugnare la normativa. Questa è l’unica strada per poter ridare ai territori una speranza verde».

        http://www.orticalab.it/Petrolio-Ortolani-De-Masi-vende
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        • #19
          L’ordinario di geologia: «Ci troviamo di fronte all’ennesima farsa, Caldoro farà finta di essere contrario, mentre le compagnie a raccontare storie immaginarie»
          A dichiararlo è Franco Ortolani, ordinario di geologia e direttore del Dipartimento di Pianificazione e Scienza del Territorio dell’Università Federico II di Napoli.




          chissa' quanto vole quisto?

          certo pero'lo dice un "LUMINARIO" della Federico II° di Napoli .

          e quisto che dice ra munnezza che ci portino ?
          19sigpic12
          "... la veste in folto vello si tramuta,
          passano in gambe le pretese braccia;
          lupo diventa, e ancor della perduta
          forma ritien la manifesta traccia;
          chè nella fronte, già da pria canuta,
          sta quel piglio tuttor d' ira e minaccia;
          scintillan gli occhi e pinta è nella fiera,
          sua complession de l'odio l'arma atroce..."

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          • #20
            l'idea di queste trivellazioni non mi va giù: il motivo? al di là dei rischi mi devono spiegare le ricadute economiche per il territorio.
            A me non serve che una compagnia venga a scavare un pozzo per poi lasciare quattro spicci di royalties ai comuni (soldi che poi non possono essere neanche spesi per il patto di stabilità) senza coinvolgere attivamente le risorse umane del territorio.
            Dico questo perchè qualcosa di simile è stato fatto già pochi anni fa con l'eolico...ed ho paura del ripetersi della storia.

            Per Bush: il CDR non sta ad Atripalda ma ad Avellino frazione Pianodardine a pochi metri dal confine con Montefredane di fronte all'altra bomba ecologica dell'ex Irpinia Carni: di fatto le frazione che più soffre la situazione è oltre Pianodardine anche Arcella.
            Gli Atripaldesi con tutto il rispetto quando si combatteva per evitare l'installazione di quel tipo di impianto in una zona comunque altamente abitata stavano in piazza a si piglià o cafè into o Glicò...

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            • #21
              ora, il mio pensiero è ben un'altro: non è che la falda petrolifera sia la stessa della Basilicata e che cerchino un altro posto per trivellare e tirare fuori il c. d. "oro nero" ???

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              • #22
                Originariamente inviato da LUPO DEL FREDANE Visualizza il messaggio
                l'idea di queste trivellazioni non mi va giù: il motivo? al di là dei rischi mi devono spiegare le ricadute economiche per il territorio.
                A me non serve che una compagnia venga a scavare un pozzo per poi lasciare quattro spicci di royalties ai comuni (soldi che poi non possono essere neanche spesi per il patto di stabilità) senza coinvolgere attivamente le risorse umane del territorio.
                Dico questo perchè qualcosa di simile è stato fatto già pochi anni fa con l'eolico...ed ho paura del ripetersi della storia.

                Per Bush: il CDR non sta ad Atripalda ma ad Avellino frazione Pianodardine a pochi metri dal confine con Montefredane di fronte all'altra bomba ecologica dell'ex Irpinia Carni: di fatto le frazione che più soffre la situazione è oltre Pianodardine anche Arcella.
                Gli Atripaldesi con tutto il rispetto quando si combatteva per evitare l'installazione di quel tipo di impianto in una zona comunque altamente abitata stavano in piazza a si piglià o cafè into o Glicò...
                a parte che io sono di VALLONE DEI LUPI, non so' se conosci la zona, ATRIPALDA E AVELLINO NON FA' DIFFERENZA è sempre merda portata nella nostra provincia.

                giusto per ricordarti poi, chi organizzo' quella manifestazione qualche decina di anni fa', contro il "MOSTRO" è la stessa persona che lo ha voluto fortemente DE SIMONE , ti ricorda qualcosa questo nome.

                po' che gli atripaldesi stevino a si piglia' o cafe' int' o Glico'(come lo chiami tu) a me nun me ne po' frega' de meno......
                19sigpic12
                "... la veste in folto vello si tramuta,
                passano in gambe le pretese braccia;
                lupo diventa, e ancor della perduta
                forma ritien la manifesta traccia;
                chè nella fronte, già da pria canuta,
                sta quel piglio tuttor d' ira e minaccia;
                scintillan gli occhi e pinta è nella fiera,
                sua complession de l'odio l'arma atroce..."

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                • #23
                  Originariamente inviato da ilmaremmano Visualizza il messaggio
                  ora, il mio pensiero è ben un'altro: non è che la falda petrolifera sia la stessa della Basilicata e che cerchino un altro posto per trivellare e tirare fuori il c. d. "oro nero" ???
                  in effetti le province di Potenza e Avellino sono limitrofe...come pure c'è il Vallo di Diano che si estende ad ovest dei monti della Marcellana (per intenderci ad est c'è la val D'Agri dove si è trivellato).
                  Dell'esistenza del petrolio in queste zone si sa dal dopoguerra quando Eni mappò un poco tutta l'Italia in questo senso: oggi vuoi per i prezzi alti del greggio, vuoi per le rinnovate tecniche di trivellazione questi pozzi che 30-40 anni fa potevano apparire non redditizi vengono rivaluti.

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                  • #24
                    Originariamente inviato da BUSH1988 Visualizza il messaggio
                    a parte che io sono di VALLONE DEI LUPI, non so' se conosci la zona, ATRIPALDA E AVELLINO NON FA' DIFFERENZA è sempre merda portata nella nostra provincia.

                    giusto per ricordarti poi, chi organizzo' quella manifestazione qualche decina di anni fa', contro il "MOSTRO" è la stessa persona che lo ha voluto fortemente DE SIMONE , ti ricorda qualcosa questo nome.

                    po' che gli atripaldesi stevino a si piglia' o cafe' int' o Glico'(come lo chiami tu) a me nun me ne po' frega' de meno......
                    e io mica ho detto che tu sei Atripaldese (perdonami io non ti conosco)!
                    nemmeno volevo offendere gli Atripaldesi....ho fatto solo delle precisazioni da persona purtroppo coinvolta nella vicenda (fidati che tante mattine ho dovuto tappare casa...) a cui non va giù che io mi sento a puzza e ad Atripalda poi debbano passere per vittime.
                    Lo ripeto le frazioni penalizzate sono Pianodardine per Avellino e Arcella per Montefredane.
                    Comunque il mostro come dici tu fu voluto da Di Nunno...inizialmente doveva sorgere a contrada Santorelli (per intenderci dove c'è la logistica di Progress) poi si optò per Pianodardine, a linea d'area non molto lontano da un altra area dove si prevedeva di aprire una discarica (Campo di Fiume) praticamente sul Fiume Sabato!

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                    • #25
                      Originariamente inviato da LUPO DEL FREDANE Visualizza il messaggio
                      e io mica ho detto che tu sei Atripaldese (perdonami io non ti conosco)!
                      nemmeno volevo offendere gli Atripaldesi....ho fatto solo delle precisazioni da persona purtroppo coinvolta nella vicenda (fidati che tante mattine ho dovuto tappare casa...) a cui non va giù che io mi sento a puzza e ad Atripalda poi debbano passere per vittime.
                      Lo ripeto le frazioni penalizzate sono Pianodardine per Avellino e Arcella per Montefredane.
                      Comunque il mostro come dici tu fu voluto da Di Nunno...inizialmente doveva sorgere a contrada Santorelli (per intenderci dove c'è la logistica di Progress) poi si optò per Pianodardine, a linea d'area non molto lontano da un altra area dove si prevedeva di aprire una discarica (Campo di Fiume) praticamente sul Fiume Sabato!
                      io vivo ad Atripalda e ti garantisco che il mostro si sente eccome.
                      tra l' altro sono stato per svariati anni a contrada santorelli per lavoro,
                      e ti garantisco che anche li' o profumo ro mare e Salierno si sente alla grande.

                      Di Nunno all' epoca era la bandierina dei nostri grandi esponenti politici.
                      quello che voleva Lui non ha mai contato un cazzo , quello che hanno voluto i suoi PROTETTORI è stato sempre realizzato.
                      questa è storia , non lo dico io.

                      il fatto vero pero', di cui veramente dovremmo discutere è che
                      gli attacchi alla nostra terra sono veramente esterni o no?
                      19sigpic12
                      "... la veste in folto vello si tramuta,
                      passano in gambe le pretese braccia;
                      lupo diventa, e ancor della perduta
                      forma ritien la manifesta traccia;
                      chè nella fronte, già da pria canuta,
                      sta quel piglio tuttor d' ira e minaccia;
                      scintillan gli occhi e pinta è nella fiera,
                      sua complession de l'odio l'arma atroce..."

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                      • #26
                        «Le trivelle producono rifiuti speciali: Irpiniambiente non è pronta». Parla il Generale Russo

                        La questioni petrolio è notoriamente al centro di un acceso dibattito che vede contrapposte le posizioni di chi è a favore delle trivellazioni, che aprirebbero opportunità di sviluppo per l’Irpinia, e chi, invece, vede in questo processo una minaccia proprio per il futuro del territorio. Un dibattito nel quale non è emersa un’altra questione, ugualmente rilevante, e che riguarda lo smaltimento dei fanghi da perforazione, un procedimento particolarmente complesso e dagli elevati costi economici.

                        Un problema posto, tra gli altri, dal Generale Francesco Russo, amministratore unico di Irpiniambiente, il quale spiega come la società che si occupa della gestione del ciclo dei rifiuti in provincia, non sia pronta a una simile eventualità. «Al momento, non siamo attrezzati per il trattamento di questi rifiuti: non operiamo questo tipo di raccolta, né siamo attrezzati per farla. Quando la questione si presenterà, presumibilmente, dovranno essere chiamate ditte specializzate, magari provenienti dall’esterno».

                        Le nuove tecniche per il fracking, nome del processo di trattamento di questi rifiuti, prevedono l’utilizzo di sostanze chimiche da miscelare a quanto è estratto dal sottosuolo. Tali liquidi, finita la fase estrattiva, vengono depositati in vasche apposite e successivamente trasportati altrove per lo smaltimento. Un processo non semplice e per il quale è necessario rispettare procedure e protocolli che prevedono specifiche precauzioni.

                        A confermare la pericolosità di tali procedure è Mario Pagliaro, responsabile Ambiente del Pd di Avellino, preoccupato, sopratutto rispetto alla fase dello spostamento dei fanghi. «Le strade interpoderali della provincia, saranno percorse dai quattro ai cinque camion al giorno, intasando le tratte normalmente percorse dai mezzi che trasportano i prodotti del territorio, espressione di una concezione differente, e più sostenibile dell’economia».

                        Il nodo principale resta quello delle caratteristiche dei mezzi necessari per questo tipo di operazioni. Il Generale, che guida la società di via Cannaviello, spiega come al momento essa non disponga di simili dotazioni. «I mezzi di trasporto da noi posseduti non sono adatti a operazioni del genere e in questo tipo di operazioni non è possibile improvvisare».

                        Anche la fase precedente, che vede il deposito dei liquami in apposite vasche prima del loro trasferimento, è al centro delle preoccupazioni soprattutto dei Comitati NoTriv. Goffredo Pesiri, esponente dei gruppi che si oppongono alle perforazioni del sottosuolo irpino per lo sfruttamento petrolifero, spiega come per il pozzo esplorativo previsto nel comune di Gesualdo gli impianti dovrebbero essere collocati a poche centinaia di metri dal centro abitato. «Conoscendo il problema, già dal mese di gennaio, abbiamo presentato integrazioni da presentare alla commissione tecnica della Regione. Non si possono non considerare aspetti fondamentali per la salvaguardia della salute. Nei fanghi si trovano sostanze che potrebbero essere nocive all’essere umano. Tali operazioni, inoltre, verrebbero effettuate nei pressi di un acquedotto che rifornisce non pochi utenti».

                        Un ulteriore rischio potrebbe annidarsi nelle procedure di affidamento dei lavori. Non è facile, infatti, trovare squadre di uomini formati ed attrezzati per svolgere questo tipo di opere. «Se il Generale Russo e Irpiniambiente sono stati onesti, dichiarando di essere impreparati, nulla toglie che questi processi vedano infiltrazioni della criminalità organizzata, dalle quali sarebbe difficile difendersi, trattandosi di procedure che sarebbero gestite da privati».

                        La gestione dei rifiuti speciali, dunque, nonostante i tempi per il loro affidamento, che si prevedono lunghi, non è da sottovalutare. L’unica nota positiva sembra risiedere nella lentezza con la quale le compagnie si stanno muovendo dopo il blitz di ferragosto nell’area di Case Capozzi. A confermarlo, in modo indiretto, lo stesso Generale Russo, il quale puntualizza che tra Irpiniambiente e le società in questione non vi sono ancora stati contatti. «Nel merito non so ancora nulla: non ci è ancora giunta alcuna richiesta».

                        A questo punto, però, alcuni interrogativi sorgono spontanei: quanto costa smaltire i rifiuti prodotti dall’attività estrattiva? Quante imprese sono capaci di farlo? E facendo un rapporto costi-benefici, conviene davvero trivellare?

                        http://www.orticalab.it/Le-trivelle-...-rifiuti-27264
                        Questa è la mia vita,
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                        • #27
                          L'estrazione del petrolio può causare terremoti?
                          Secondo uno studio, il sisma del 2011 in Oklahoma è stato scatenato dall'immissione nel sottosuolo dei liquidi di scarto, una pratica sempre più utilizzata anche a causa del fracking

                          Il terremoto più forte mai registrato in Oklahoma è stato probabilmente causato dai liquidi di scarto dell'estrazione del petrolio iniettati nel sottosuolo: ad affermarlo è una ricerca pubblicata sulla rivista Geology.

                          Il sisma di magnitudo 5,7 che il 6 novembre 2011 colpì la zona di Prague, al centro dello Stato, è stato il più violento di una serie di terremoti che secondo alcuni scienziati sarebbero stati indotti dalle pratiche adottate dall'industria petrolifera. I metodi più avanzati per l'estrazione di petrolio e gas naturale producono ingenti quantità di liquidi di scarto: ad esempio, la fratturazione idraulica, o fracking, consiste proprio nel pompare acqua e additivi chimici ad alta pressione nel sottosuolo, in modo da frantumare le rocce scistose liberando il petrolio e il gas che vi sono imprigionati (guarda la fotogalleria Fracking, boom nella prateria). L'acqua viene utilizzata anche nelle tecniche dette di enhanced oil recovery, in cui si cerca di aumentare la quantità di petrolio estratta da un pozzo. L'acqua e gli altri liquidi di scarto vengono poi smaltiti reiniettandoli nel sottosuolo.

                          Questi metodi di estrazione si sono imposti negli ultimi anni negli Stati Uniti, provocando un boom della produzione di petrolio e gas naturale. Finora a suscitare le maggiori controversie è stata la pratica del fracking, collegata ad almeno due episodi sismici di scarsa entità (nello stesso Oklahoma e nel Lancashire, in Inghilterra). Dalla recente ricerca, però, emerge che non è tanto il fracking, quanto la successiva iniezione di liquidi di scarto il fattore che aumenta il pericolo di terremoti. Il motivo, spiega Katie Keranen, prima firmataria dell'articolo su Geology, è che nei pozzi di smaltimento finisce molta più acqua, e che, a differenza di quella utilizzata per il fracking, non viene mai rimossa. Con l'aumento della pressione, questi pozzi possono finire per premere contro le faglie geologiche, a volte causandone la rottura e quindi scatenando terremoti.

                          È stato questo meccanismo, con ogni probabilità, a provocare il sisma dell'Oklahoma, che danneggiò 14 abitazioni e fu percepito fino in Texas. In quel periodo, c'erano in funzione tre pozzi di reiniezione (pozzi di petrolio abbandonati utilizzati per smaltire i liquidi di scarto) in un raggio di un chilometro e mezzo dall'epicentro.

                          Al momento della scossa Keranen, docente di geologia e geofisica all'Università dell'Oklahoma, si trovava in casa. I sismografi che lei stessa installò subito dopo registrarono più di 10 mila scosse di assestamento, che hanno aiutato gli scienziati a stimare l'area interessata dall'attivazione della faglia. I dati mostrano che la prima rottura è avvenuta a distanza incredibilmente ravvicinata (meno di 200 metri) da un pozzo attivo, e che la grande maggioranza delle scosse successive sono avvenute all'interno dello stesso strato di roccia sedimentaria in cui si trovano i pozzi di reiniezione.

                          I ricercatori sostengono che la vicinanza del pozzo alla faglia, l'aumento della pressione nella parte superiore del pozzo subito prima della scossa e la relativa scarsità di eventi sismici precedenti suggeriscono che sia stata proprio l'iniezione di liquidi a causare il terremoto; ma aggiungono che sarebbe impossibile provarlo al di là di ogni dubbio. "Di certo la probabilità che si tratti di un sisma indotto dall'uomo è molto alta", afferma Keranen.

                          Fortunatamente l'area colpita è in aperta campagna, e solo due persone rimasero ferite. "Se fosse successo in una zona densamente popolata, i danni sarebbero stati molto più gravi", commenta la studiosa. "Dovremmo prendere molto sul serio questo episodio, e cercare di ridurre il rischio che si ripresenti".

                          Secondo l'articolo pubblicato su Geology, possono passare anche decenni prima che un pozzo di reiniezione scateni un terremoto. In quasi tutti i casi documentati, l'attività sismica comincia a intensificarsi già pochi mesi dopo l'inizio del pompaggio dei liquidi in un pozzo, e si ferma quando la pressione viene allentata; ma al momento del sisma dell'Oklahoma, l'acqua veniva iniettata nei pozzi vicini da più di 17 anni.

                          Negli Stati Uniti, i terremoti sono rari a ovest delle Montagne Rocciose, ma il loro numero è drasticamente aumentato dopo il 2008. Finora il motivo non è stato scientificamente provato, ma nel 2012 un rapporto delle National Academies of Science affermava che l'iniezione di liquidi nel sottosuolo poteva accrescere la probabilità che si verificassero le scosse.

                          Anche se di per sé non è direttamente responsabile dell'attività sismica, il fracking utilizza enormi quantità d'acqua (tra gli 11 e i 19 milioni di litri per ogni fratturazione in ciascun sito), gran parte della quale viene smaltita nel sottosuolo. John Bredehoeft, geologo presso lo Hydrodynamics Group (un centro di ricerca nello Stato di Washington) dopo una carriera nello U.S. Geological Survey, sostiene che "non c'è più alcun dubbio" sulla relazione tra terremoti e iniezione di liquidi nel sottosuolo. Pur ritenendo che la grande maggioranza dei circa 30 mila pozzi di smaltimento americani sia sicura, Bredehoeft aggiunge che non esiste ancora un modo di sapere quale di essi abbia più probabilità di scatenare terremoti. "Non conosciamo abbastanza la crosta terrestre per sapere dove accadrà", sostiene. "Non abbiamo dati a sufficienza per scoprirlo".

                          Heather Savage, geofisica della Columbia University e coautrice della ricerca per Geology, sostiene che per prevenire sismi come quello dell'Oklahoma occorrerebbe raccogliere maggiori dati sui pozzi di smaltimento. "I terremoti indotti dall'uomo sono rari, ma la loro frequenza sta aumentando", sostiene. "Dobbiamo correre ai ripari".

                          Non tutti gli studiosi, però, condividono le conclusioni degli autori della ricerca. Già prima della pubblicazione su Geology, un comunicato dell'Oklahoma Geological Survey, l'autorità geologica dello Stato, ha affermato che il sisma del 2011 fu dovuto con ogni probabilità "a cause naturali".

                          http://www.nationalgeographic.it/amb...moti_-1594490/
                          Questa è la mia vita,
                          sostenere te in ogni partita!


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                          • #28
                            Aspetto con ansia la condivisione della notizia dei frutti a sapore di benzene...
                            Biohazard is behind you... sigpic beware of it or stay home!

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                            • #29
                              Il bluff dell’oro nero lucano: non ha portato né lavoro né soldi. E i giovani emigrano
                              Altro che "Libia di casa nostra" come diceva il governatore Pd De Filippo: le royalties sono troppo basse, alla regione restano le briciole di un grande business che arricchisce multinazionali e Stato italiano. Così la Basilicata resta la più povera d'Italia

                              “Richiamate i vostri uomini, fateli venire da qualsiasi paese straniero si trovino e dite loro che qui finalmente c’è lavoro”. Era lo slogan preferito di Enrico Mattei cinquant’anni fa. Lo aveva scandito col suo accento marchigiano anche in Basilicata, a Ferrandina, mentre dava il via alla prima trivella della regione. Con lui Emilio Colombo, allora giovane ministro dell’Industria e padrone del grande serbatoio di voti Dc in Lucania. È il sud in bianco e nero degli anni Sessanta, terre tagliate fuori dal boom economico e famiglie intere che chiudevano in una valigia di cartone disperazione e speranze. Nelle viscere di monti e pianure c’è l’oro nero. “Richiamate i vostri uomini…”. E invece i nonni non tornarono più, i padri partirono, e ora emigrano anche i figli. Più di tremila giovani ogni anno lasciano la Basilicata. Le trivelle continuano a pompare una ricchezza che non li sfiora. E loro vanno via dalla regione più povera d’Italia dove il 31,6% di chi ha dai 15 ai 34 anni non ha uno straccio di lavoro, e più del 28% delle famiglie vive al di sotto della soglia di povertà.

                              “Governo e multinazionali possono maneggiare le statistiche come vogliono, ma dai pozzi di petrolio non sono usciti né lavoro, né sviluppo”, ci dice Pietro Simonetti, un passato da operaio sindacalista e un presente di direttore del “Centro studi e ricerche economico-sociali”. “Il petrolio si serve della marginalità e del sottosviluppo”, nota l’antropologo Enzo Alliegro. Altro che Texas, altro che “Libia di casa nostra”, come andava dicendo l’entusiasta governatore Vito De Filippo, Pd. Dopo decenni di trivellazioni Potenza non è Dubai, la Val d’Agri non ha l’aspetto di un emirato e la “Basilicata coast-to coast” è solo un bel film.

                              Per capire il grande inganno del petrolio bisogna aggrapparsi ai numeri. Dai 25 pozzi attivi in Val d’Agri, la Basilicata estrae l’80 per cento della produzione petrolifera italiana, il 5-6 del fabbisogno nazionale. Le compagnie petrolifere, l’Eni e la Shell, in particolare, puntano a passare dagli attuali 80mila barili al giorno ai 104 mila previsti da un accordo del 1998, più altri 25 mila che dovrebbero venir fuori dal miglioramento delle tecniche estrattive. Con l’ampliamento del Centro oli di Viggiano e l’entrata in funzione dell’impianto Total di Tempa Rossa, a Corleto Perticara, la Basilicata raddoppierebbe la sua produzione petrolifera fino a 175 mila barili al giorno, il 12% del consumo italiano.

                              “Così tra i lucani crescerà la potenza attrattiva del totem nero”. È il titolo di un libro di prossima uscita dell’antropologo Enzo Alliegro, lucano trapiantato all’Università napoletana Federico II. “Il petrolio è un totem, un oggetto ambivalente, desiderato ma anche temuto, che ha ridefinito l’immaginario collettivo. Si sogna la ricchezza, ma si teme la catastrofe”. L’illusione di un improvviso benessere si chiama royalty, la quota che le compagnie pagano allo Stato italiano per lo sfruttamento dei pozzi. Una legge del 1957 definiva un sistema di sliding scale royalties che andava dal 2 al 22% a barile, nel ‘96 una nuova normativa bloccò la percentuale al 7, successivamente portata al 10. Un vero eldorado per le compagnie. Che in Italia pagano molto di meno rispetto alla Norvegia e all’Indonesia, dove le royalties sono all’80%, o alla Libia, 90, mentre in Canada i governi locali si lamentano perché giudicano insufficiente il 45% che incassano su ogni barile. Pochi soldi, ma comunque tanti per la Basilicata che in 11 anni si è vista piovere addosso 669 milioni, 800 se si calcolano anche quelli destinati ai comuni. Un mare di “petroleuro”, in apparenza, in realtà solo le briciole di un grande business che arricchisce multinazionali e Stato italiano.

                              NEL 2010, anno d’oro per l’Eni (utile netto di 6,89 miliardi), la quota destinata alla regione e ai comuni lucani, più il 2,10% per il fondo benzina, è stata di 110 milioni. Pochissima cosa rispetto a quella che qui chiamano la “royalty camuffata”, quel 42% di tasse che lo Stato impone alle compagnie petrolifere: 450 milioni di euro solo per il 2010. Ma è come sono stati spesi i 33 miliardi del Fondo Benzina, ad indignare i lucani. È la storia della card da 100 euro di carburante arrivata ai 335 mila patentati della Basilicata. In pratica un paio di pieni per una macchina media. “Un’ingiustizia, quei soldi dovevano andare a tutti i residenti”, dice il governatore De Filippo. “Abbiamo restituito ai lucani soldi che gli appartengono. Una rivoluzione”, replica l’ex sottosegretario Pdl Guido Viceconte. Un vero affare per Poste Italiane, visto che ogni card costa 20 euro. Archiviata questa polemica, gli adoratori ottimisti del “totem petrolio”, calcolano che per il prossimo decennio saranno almeno 6 i miliardi di royalties che piomberanno su queste terre. “Una visione miope – dice Pietro Simonetti –, i giacimenti possono essere sfruttati per altri 20-30 anni, in Val d’Agri siamo alla metà del ciclo. Quando i pozzi chiuderanno cosa faremo? Bisogna ricontrattare tutto con lo Stato e le multinazionali, se è necessario anche con movimenti di lotta come abbiamo fatto a Scanzano contro le scorie nucleari”. Le parole d’ordine che si sentono nelle assemblee e nei consigli comunali aperti sono “blocco delle perforazioni, moratoria”. “No a nuovi pozzi – dice il governatore Vito De Filippo – nel 1998, quando sono cominciate le estrazioni non potevamo opporci, ma ora vogliamo imporre all’Eni una svolta radicale. O fanno sul serio o troveranno un muro”.

                              Tutto è affidato a un “memorandum”, una intesa per lo sviluppo tra Regione e Stato. Al centro i problemi della tutela ambientale e della salute. Allarmano le emissioni e le fuoriuscite di greggio. “Per 13 anni si è vissuti nella più totale opacità. Chi ha fatto i controlli, i monitoraggi? L’Arpab, vale a dire la Regione, ammette che finora non è stato fatto granché, siamo al buio. Solo ora sono partite quattro nuove centraline e tra due anni avremo i risultati degli effetti sul territorio”, dice Ennio Di Lorenzo di Legambiente. “No a nuove trivellazioni, fermiamoci dove siamo e cerchiamo di capire cosa è successo in tredici anni”, aggiunge Giovanbattista Mele, medico della Val d’Agri. Qui c’è l’oleodotto più grande d’Europa. Le sue luci, i bagliori del petrolio che brucia, si vedono dal punto più alto di Viggiano, la basilica dove si prega una Madonna tutta d’oro. Poco più di 3 mila abitanti, un tesoretto da 8 milioni e 300 mila euro di royalties solo quest’anno. Spesi per finanziare gli imprenditori che assumono disoccupati (1.000 euro al mese per tre anni), aiuti alle famiglie, tante opere pubbliche che alimentano il ciclo del cemento. C’è il campo da calcio, quello per il tennis e si sta costruendo la piscina comunale. “Ma non posso prevedere cosa accadrà tra vent’anni alla salute dei cittadini e all’ambiente”, ammette il sindaco Giuseppe Alberti. “Il petrolio porta soldi, ma non risolve i problemi sociali”. I ragazzi di Viggiano prendono l’ascensore del megagalattico e deserto parcheggio multipiano per salire sulla piazza della basilica. Poi scendono giù, a piedi, per le vie strette del paese. Molti, quelli che possono, vanno via. Altri, disillusi dal petrolio-totem, sognano di scappare. Sono i “basilischi” del Duemila. A differenza dei loro nonni raccontati da Lina Wertmüller, non fantasticano più su una Lucania diversa.

                              http://www.ilfattoquotidiano.it/2012...igrano/200899/
                              Questa è la mia vita,
                              sostenere te in ogni partita!


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                              • #30
                                Originariamente inviato da Kenzo Visualizza il messaggio
                                Aspetto con ansia la condivisione della notizia dei frutti a sapore di benzene...
                                Loré, non per essere polemico, ma al limite se fanno solo estrazione non sarà possibile, sapranno di catrame
                                di benzene se faranno raffinazione e prodotti finiti (eh, la mia burocrazia ) allora sì

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